Dominazione GRECA


Poco dopo la metà dell'ottavo secolo a.C. giunsero in Sicilia i Greci ( Ioni e Dori ) che nel giro di pochi decenni ne costellarono le coste di numerose colonie: Siracusa, Agrigento, Nasso, Zancle, Selinunte, Gela, Megara, Catania, ecc..

Conseguenza della colonizzazione fu la civilizzazione degli Indigeni. Le grandi risorse naturali dell'isola permisero un rapido sviluppo economico e culturale delle città siceliote, dalle quali la civiltà ellenica si irradiò verso l'interno.

Questo fu il periodo più' fiorente per la Sicilia, che divenne sinonimo di benessere e ricchezza, tanto che Siracusa, la regina delle città come la chiama Pindaro, divenuta ricchissima, vinse la stessa Atene.

Dal punto di vista politico-sociale le colonie furono caratterizzate da una instabilità anche maggiore della madrepatria, con la complicazione di conflitti con le popolazioni indigene e con i Cartaginesi.

Si affermò la tirannide e proprio sotto due tiranni, Gelone e Gerone di Siracusa che la Sicilia visse il suo momento di maggiore splendore nell'età classica. In seguito pero' le continue rivalità tra le poleis determinarono l'intervento di Atene negli affari della Sicilia.

Ma come la posizione geografica dell'isola tra il bacino orientale e il bacino occidentale del Mediterraneo, aveva chiamato i Greci contro le colonie fenicie, così la sua posizione intermedia fra l'Italia e Cartagine doveva chiamare i Romani all'intervento nell'isola.

Le tre guerre puniche combattute dal 264 a.C. al 146 a.C. tra Cartagine e Roma per il predominio del Mediterraneo occidentale, toccato infine a quest'ultima segnò il passaggio della Sicilia ai Romani.

 

Dominazione ROMANA


Sebbene i Romani legassero la loro origine alla Sicilia (in quanto, secondo Virgilio, il troiano Enea, prima di giungere sulle coste del Lazio qui sarebbe approdato, e qui avrebbe sacrificato agli dei), l'isola subì, sotto il comando di pretori come Verre , un periodo di sfruttamento e di rivolte di schiavi.

Nemmeno edifici sacri quali il tempio di Demetra ad Enna o il tempio di Venere sul promontorio di Erice sfuggirono al saccheggio. Benché danneggiata dalle due guerre servili la Sicilia fu assai prospera sia durante l'età repubblicana , quando fu importantissima come granaio di Roma , sia durante l'impero quando godette della cittadinanza latina accordatale da Cesare .

Fu proprio nella tarda età imperiale che vennero eretti i teatri romani di Catania, e Taormina e le ville lussuose che si trovano a Piazza Armerina, Montagnareale, S.Biagio.

I romani lasciarono il ricordo della loro dominazione nelle strade (Tabula Pentigeriana), che create inizialmente per scopi militari, per spostare rapidamente le legioni, vennero usate anche per il commercio e i viaggi. Lungo le strade, a circa 20km. l'uno dall'altro, vi erano alberghi per ristorarsi, passare la notte, ripararsi dalle intemperie, riparare gli animali. Vengono ricordati anche per le coltivazioni: piantarono in grande abbondanza ulivi, fichi, viti che davano un vino eccellente.

All'epoca delle invasioni barbariche la Sicilia fu investita dai Vandali (468 d.C.), e quindi occupata dai Goti (Teodorico 491 d.C.) cui la tolsero i Bizantini di Giustiniano che durante le guerre gotiche in Italia fecero dell'isola la loro base principale.

Il predominio bizantino durò ininterrottamente per tre secoli e mezzo (meta' VI secolo IX sec.) e non fu favorevole all'isola, sottoposta ad una dura dittatura militare e a un intenso sfruttamento delle risorse.

 

Dominazione ARABA


Meta di continue scorrerie saracene l'isola fu conquistata dagli Arabi a partire dall'827 ad opera della dinastia degli Aghlabiti d'Africa. Retta da un emiro con capitale Palermo, gli Arabi fecero della Sicilia il loro epicentro commerciale nel Mediterraneo.

La conquista araba anche se cruenta, ebbe per l'isola degli aspetti positivi. Sotto di essa la Sicilia conobbe grande fortuna.

Gli Arabi incrementarono notevolmente l'agricoltura arricchendola di nuovi metodi e di nuove forme. Oggi siamo abituati a guardare alla Sicilia come alla terra delle arance e dei limoni , ma furono gli Arabi i primi a introdurre queste colture e con essi frutti squisiti come la pesca, l'albicocca, ortaggi delicati come gli asparagi ed i carciofi; altre coltivazioni ancora come il cotone, il carrubo, il riso, il pistacchio, le melanzane. Persino il leggiadro e odorosissimo gelsomino da cui ancora oggi si ricava l'essenza per i profumi, e le spezie come lo zafferano, il garofano, la cannella, lo zenzero, sono stati importati dagli Arabi. Insegnarono a produrre le paste alimentari, il sorbetto, i dolci, il pane con la " ciciulena " sopra ed il " tirruni " fatto di mandorle e zucchero.

Le loro maestranze portarono una nuova tecnica nella costruzione delle case, svilupparono l'irrigazione introducendo un nuovo metodo per sollevare l'acqua dai pozzi e irrigare cosi i campi " a sena " (parola araba), costruirono numerosi mulini adibiti alla macinazione del grano.

I Siciliani però subirono la dominazione araba ma non l'accettarono, ne' vi si rassegnarono mai come lo provano le cinque successive insurrezioni (849, 912, 936, 989, 1038) che fecero traballare la potenza musulmana. Nel sentimento e nel linguaggio popolare gli Arabi detti "Saraceni" , dal nome di una loro tribù, sono rimasti come nemici, ne è prova che la lotta vittoriosa contro i Saraceni è ancora il tema preferito nelle popolarissime pitture che ornano i carretti siciliani .

 

Dominazione NORMANNA


Verso la meta' dell'XI secolo alla fine di un periodo di lotte tra signori arabi, uno di questi chiese l'intervento dei Normanni, già' insediati nell'Italia meridionale. Inizio' cosi' la dominazione normanna (1060-1195).

Va precisato che i Normanni ( North-man uomo del nord ) erano venuti a gruppi. Fra questi si era distinto per il numero e per l'abilita' di chi lo conduceva, il gruppo guidato dalla famiglia degli Altavilla : di questa famiglia facevano parte due fratelli: Roberto il Guiscardo e Ruggero.

Roberto il Guiscardo , opero' nell'Italia meridionale e formo' il ducato di Puglia e di Calabria. Ruggero conquistata tutta la Sicilia costituì' la "Contea di Sicilia" con l'appoggio dei papi, che attribuirono ai prìncipi normanni il titolo di legati apostolici.

Alla morte di Ruggero nel 1130, gli succedette il figlio Ruggero II che uni' la Sicilia ai possessi normanni dell'Italia meridionale (poiché' si era estinta la dinastia di Roberto il Guiscardo), ottenendo il titolo di Re di Sicilia e di Puglia.

Ruggero II riorganizzo' amministrativamente l'isola dandole un saldo potere centrale e facendone il fulcro della potenza mediterranea della stirpe normanna. Fondo' un regno assai prospero riuscendo con una saggia tolleranza religiosa a conciliare l'elemento arabo con quello cristiano.

Da allora il regno normanno di Sicilia ebbe parte di primo piano sia nei conflitti tra il papato e l'Impero, appoggiando la causa guelfa, sia nelle vicende mediterranee e nella lotta contro i Turchi. A Ruggero II successe la figlia Costanza , andata in sposa nel 1186 a Enrico VI figlio di Federico Barbarossa.

Nel 1190 Enrico VI si trovo', alla morte del padre, imperatore del Sacro Impero Germanico (Regno di Germania e Regno d'Italia) e Re di Sicilia. Con lui ebbe inizio il periodo svevo , durante il quale la Sicilia fu al centro delle trame politiche e diplomatiche dell'Europa.

Egli aveva ereditato i grandi progetti del padre, ma non ebbe tempo di avviarne l'esecuzione perché dopo pochi anni di regno mori' a Messina. Assunse la reggenza dell'Impero la Regina Costanza, ma poco dopo mori' anche lei, dopo aver affidato la reggenza del Regno e la protezione del figlio al papa Innocenzo III .

Sotto Federico II (1197-1250), formatosi culturalmente in Sicilia, l'isola raggiunse il punto forse proprio più alto della propria potenza, diventando per certi versi un modello di Stato assoluto ben organizzato e centralizzato quanto al sistema di governo, ma altamente tollerante in fatto di rapporti etnici e religiosi, ciò rese possibile la pacifica convivenza dei gruppi latini, normanni, tedeschi, arabi e greci che nel corso dei secoli si erano insidiati nell'isola.

Spirito tollerante e colto Federico II fece della sua corte di Palermo un ritrovo di scienziati europei ed arabi.

In questo periodo in Sicilia si parlavano tre lingue, portatrici delle tre civiltà che l'avevano dominata: Greca, Araba, Latina, tanto che Palermo e' detta "Urbs felix, populi dotata trilingui" (Pietro da Eboli); oltre queste lingue si vide spuntare il primo germe del "volgare eloquio" e la città' divenne la culla della lingua italiana.

 

Gli ANGIOINI


Il periodo di torbidi succeduto alla morte di Federico, che vide tra l'altro il tentativo di Manfredi , figlio naturale di Federico, di conservare il regno agli Svevi, fu chiuso dall'intervento di Carlo I d'Angiò (1266-85), fratello del Re di Francia, re di Sicilia per investitura papale.

Padrone assoluto di Napoli e della Sicilia comincio' a governare dispoticamente, mentre decadeva Palermo, già splendida capitale normanna e sveva, decadeva l'intera Sicilia abbandonata all'anarchismo agrario dei baroni, i quali gettavano le basi di uno statu quo che si sarebbe poi rispecchiato nel regno borbonico e nel quale può forse vedersi l'inizio di quella che dopo il 1861 e' stata chiamata "questione meridionale".

Il periodo angioino fu di breve durata: le malversazioni francesi, il trasferimento della capitale a Napoli, le prepotenze dei feudatari provocarono la guerra dei Vespri o i "Vespri siciliani" (1282) conclusa con l'intervento di Pietro d'Aragona , il quale aveva sposato una figlia di Manfredi, Costanza e avanzava pertanto alcuni diritti sul Regno di Sicilia. La guerra duro' vent'anni e termino' con la pace di Caltabellotta nel 1302, la Sicilia venne cosi' affidata agli Aragonesi e nel 1412 l'isola perse definitivamente la propria indipendenza diventando di fatto possedimento spagnolo, governato da un viceré.

 

Dominazione SPAGNOLA


L'epoca spagnola si protrasse per circa due secoli e mezzo fino alla pace di Utrecht nel 1713; nell'insieme non fu favorevole alla Sicilia sacrificata al rigido assolutismo di sovrani lontani, allo sfruttamento e all'insipienza del baronato locale, coinvolta direttamente dalla grande depressione economica del XVIII secolo e percorsa a più' riprese da rivolte popolari, come quella di Palermo 1649 e di Messina 1647.

Nel 1713 a conclusione del periodo di guerre europee suggellato dalla pace di Utrecht , la Sicilia fu assegnata come regno nuovamente indipendente a Vittorio Amedeo II di Savoia , ma già cinque anni dopo con il trattato di Cockpit (Londra) l'isola cambiava di mano a vantaggio degli Asburgo d'Austria . Si apri' un altra breve fase, contrassegnata dal pesante fiscalismo austriaco e dai contrasti con il personale spagnolo e chiuso con la guerra di successione polacca, quando Carlo di Borbone-Parma , figlio di Filippo V di Spagna, riporto' la Sicilia sotto il dominio spagnolo (1738).

 

I BORBONI


La dominazione borbonica fu triste per l'isola (eccetto il regno di Carlo V il riformatore), per l'inettitudine e la perversità del re che nulla aveva capito della vasta importanza che essa aveva assunto nella storia.

Suo figlio, Ferdinando IV , cinse la corona dei due regni autonomi di Napoli e di Sicilia e inizio' da allora la soggezione, mai pacificamente accettata della Sicilia a Napoli, che segno' tutta l'epoca borbonica, fino al 1860. Una reale autonomia, corrispondente alle grandi tradizioni del regno di Sicilia, l'isola la conobbe in epoca napoleonica, quando la dinastia borbonica, cacciata da Napoli, si rifugio' a Palermo sotto la protezione dell'Inghilterra, che riusci' anche a imporre a Ferdinando la concessione di una costituzione (1812). Alla restaurazione Ferdinando abolì ogni forma di autonomia dell'isola. Il regime poliziesco, il disprezzo verso la cultura (irrideva i letterati come "pennaioli") avevano diffuso un grave malcontento. Ciò insieme ad altri fattori politici, sociali ed economici, fu all'origine delle insurrezioni del 1848 quando fu la Sicilia, nel gennaio, ad aprire il grande ciclo rivoluzionario che infiammo' l'Europa.

Nel maggio 1859, morto Ferdinando, gli era succeduto il figlio Francesco II (Francischiello) , di scarsa energia e di intelligenza limitata. Il nuovo Re aveva respinto la proposta di un'alleanza col Piemonte ne' aveva voluto concedere riforme liberali.

In Sicilia, inoltre, superata ormai ogni tendenza autonomista, si mirava a fare dell'isola una provincia del Regno d'Italia. Tra i siciliani che più' si adoperarono per fare insorgere la loro terra furono Francesco Crispi , e Rosolino Pilo . Garibaldi, invitato a venire in aiuto della Sicilia con una spedizione di volontari, si dichiaro' pronto ad intervenire se nell'isola fosse scoppiata la rivoluzione.

Il 4 aprile 1860 la rivolta scoppio' a Palermo, presso il monastero della Gancia, dove gli insorti furono sopraffatti, ma nelle campagne perdurava la guerriglia guidata da Rosolino Pilo, il quale aveva confermato il prossimo intervento di Garibaldi.

All'alba del 5 maggio 1860 due vapori salparono dallo scoglio di Quarto (Genova), con poco più di 1000 uomini, indossanti la ormai famosa camicia rossa. Essi andavano alla conquista di un regno difeso da 120.000 uomini, da una flotta di 120 navi, da potenti fortezze ed artiglierie.

Garibaldi e Nino Bixio comandavano le due navi. L'11 maggio i due piroscafi giunsero a Marsala, da qui' rapidamente Garibaldi si diresse verso Salemi , dove lancio' un proclama ai siciliani, assumendo la dittatura dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II (14 maggio). Egli puntava su Palermo, ma un esercito borbonico accampato sulle alture di Calatafimi gli sbarro' la via.

Per l'eccellente posizione strategica del nemico, superiore anche per numero ed armi, la battaglia fu lunga ed aspra. La vetta del colle fu conquistata mentre i Borboni si ritiravano su Palermo.

La battaglia per la conquista di Palermo duro' ben quattro giorni. Il 30 maggio i soldati borbonici, asserragliati in citta' chiesero l'armistizio; il 6 giugno sgomberarono Palermo. Garibaldi formo' un governo provvisorio con a capo Francesco Crispi mentre la rivolta si era estesa a tutta l'isola. Intanto le truppe borboniche si concentravano a Milazzo, per sbarrare la via dello Stretto di Messina. Nuove schiere di volontari accorrevano dal Continente e dalle provincie. Il 20 luglio Garibaldi vinceva a Milazzo .

I modi in cui avvenne l'assimilazione della Sicilia al Piemonte, entrando a far parte del Regno d'Italia , dopo la spedizione garibaldina dei Mille, frustarono nuovamente le attese autonomistiche dell'isola, la cui economia a base feudale e latifondista non fu in grado di risollevarsi in conseguenza dell'unificazione, venendo anzi a costituire una componente sostanziale della cosiddetta "questione meridionale" (di cui il brigantaggio dei primi anni dell'Unita' fu un tragico preavviso).

 

Il simbolo della Trinacria


Il simbolo che rappresenta la Sicilia e che si trova anche al centro del suo stemma ufficiale ha origini molto antiche.
Raffigura una testa gorgonica, con i caratteristici serpenti al posto dei capelli, con due ali, sovrapposta a tre gambe piegate ( triscele ).
L'associazione del simbolo con la Sicilia lo si deve alla particolare configurazione geografica dell'isola, caratterizzata da tre promontori, Pachino, Peloro e Lilibeo .

Enrico Mauceri , illustre studioso della storia dell'arte siciliana, così dice nella sua descrizione della Sicilia, occupandosi di questo specifico problema: "Da questa configurazione a tre vertici venne alla Sicilia antica il nome di Triquetra o Trinacria che diede, forse in epoca ellenistica, quella rappresentazione strana e caratteristica al tempo stesso, di una figura gorgonica a tre gambe, adottata perfino in alcune monete dell'antichità classica, e divenuta poi il simbolo, diremo così, ufficiale dell'isola" .

Triscele (triskeles) per i greci, Triquetra per i romani.
Gli studiosi sono concordi nell'affermare che si tratta di un antico simbolo religioso orientale, sia che rappresentasse il dio Baal, o il sole, nella sua triplice forma di dio della primavera, dell'estate e dell'inverno, sia che rappresentasse la luna con le gambe talora sostituite da falci lunari. Le sue più antiche manifestazioni documentarie, si trovano in monete di varie città dell'Asia Minore, come Aspendo in Panfilia, Olba in Cilicia, Berrito e Tebe nella Troade, ed in città della Licia, con datazione variabili da VI al IV secolo a.C..

Il simbolo della Trinacria si riscontra altresì nella monetazione di Atene del VI sec. A.C., della Macedonia della stessa epoca, e di Corinto. Nella monetazione della Magna Grecia, il simbolo a tre gambe si riscontra in cinque città e precisamente a Paestum, Elea, Terina, Metaponto e Caulonia.
In Sicilia lo troviamo a Siracusa , nella monetazione di Agatocle , per cui giustamente Adolfo Holm ha detto che "Agatocle aveva una speciale predilizione per il simbolo della Triquetra" , anche se non si è certi che il signore siracusano adoperasse questo simbolo come suo sigillo personale, come ha congetturato il numismatico inglese G. F. Hill , e la derivazione sarebbe in tal caso punica, per i rapporti che Agatocle ebbe col mondo cartaginese.

In età romana il simbolo perde completamente il suo originario valore religioso, per assumere soltanto quello geografico di emblema della Sicilia.
Questo è evidente nella monetazione di Palermo , in cui la trinacria appare col suo aspetto definitivo e cioè con le tre gambe unite da una testa gorgonica adorna di spighe - che ribadisce il concetto della fertilità dell'isola e della Sicilia "granaio di Roma" - con la scritta "PANORMITAN" ; e nella monetazione di Entella, di Gela, di Agrigento e di Lipari.

Su un denaro del proconsole Aulo Allieno, del 47 A.C. circa, la Trinacria è unita alla raffigurazione dell'eroe eponimo dell'isola, Trinacro; ma la moneta romana più interessante è quella coniata nel 68 d.C. dal propretore d'Africa L. Clodio Marco, o dai suoi collaboratori in Sicilia, perchè per la prima volta vediamo raffigurata la Trinacria accompagnata dalla scritta SICILIA , cioè il simbolo assieme alla interpretazione, come opportunamente osserva lo Holm.

La Trinacria si riscontra inoltre su altri monumenti e reperti siciliani, quali mattoni timbrati o suggelli di piombo per i tessuti; e, fuori di Sicilia, nell'arte celtica del III sec. A.C., come dimostra il disco argenteo di Manerbio in provincia di Brescia, nella pietra trovata presso la città di Vacca in Numidia, con una dedica fenicia al dio solare Baal; e nella base marmorea trovata a Malta, dove delle raffigurazioni di giovani che portano dei pesci hanno fatto pensare allo Holm che si tratti della luna, piuttosto che del sole, perchè, come sappiamo da Ateneo, soltanto alla dea Ecate - che è una delle personificazioni di Diana Trivia, cioè della luna - venivano sacrificati dei pesci nella religione greca.

Che poi la Trinacria sia simbolo della Sicilia lo troviamo chiaramente indicato dalle antiche pitture vascolari, come quella delle ceramiche gelesi databili al VII sec. A.C. , oggi conservate nel museo di Agrigento; e c'è da osservare che, accanto alla tazza con la raprresentazione della Trinacria, è esposto un oscillum con svastica; anch'esso chiara raffigurazione solare, ed anch'esso databile al VII sec. A.C.; e le otto anfore panatenaiche conservate in vari musei di Napoli, Roma e Bruxelles, databili al tempo della spedizione ateniese in Sicilia durante la guerra del Peloponneso ( V sec. A. C. ), recano il simbolo siciliano, chiaramente raffigurato nello scudo di Athena, ed attestante l'interesse che l'Atene periclea portava all'America dell'antichità, quale era ritenuta la Sicilia nel mondo mediterraneo del V sec. A. C.

Queste ultime raffigurazioni vascolari hanno consentito a Biagio Pace di retrodatare di almeno un secolo la comune osservazione che la Trinacria sia stata assunta a simbolo della Sicilia soltanto nel IV sec. A.C., come attesterebbe la monetazione del siracusano Agatocle, che andrebbe posta verso il 317-316 A.C.

Il Pace giustamente osserva: "L'adozione della triscele come episema nello scudo di Atena in alcune anfore panatenaiche, permette di innalzare di circa un secolo rispetto ad Agatocle questa interpretazione siciliana del simbolo, e dall'altra rende verosimile anche una diversa e diretta fonte orientale d'ispirazione anzicchè punica" .

Il Pace, per ragioni di tempo, non ha potuto conoscere le rappresentazioni vascolari della tazza conservata al museo nazionale di Agrigento, e della tazza del museo di Gela, che permettono di retrodatare ulteriormente - e cioè almeno fino al VII sec. A.C.- l'introduzione del simbolo triscelico in Sicilia.

Le monetazioni delle città di Palermo, di Jatia e di Agrigento sono databili al I sec. A.C., mentre le raffigurazioni vascolari col simbolo della Trinacria rimontano al VII sec. A.C.: nè sono ipotizzabili influenze puniche sulla ceramica gelese. Quindi questi dati archeologici consentono di sostenere la tesi di una mediazione greca , e non punica, per l'introduzione del simbolo triscelico dall'Oriente in Sicilia.

il simbolo religioso orientale, una volta venuto in Sicilia, subì qualche trasformazione di significato. Sia che rappresentasse il sole, o la luna, o l'eterno movimento, questo simbolo nella sua origine orientale aveva un valore squisitamente religioso; ma trasferendosi in Sicilia esso assunse un valore assolutamente geografico .

Tuttavia se è venuta meno la religione, non è venuta meno la superstizione, com'è dimostrato dalla presenza della testa gorgonica al centro delle tre gambe.
Questo particolare figurativo rivela degli aspetti tipicamente siciliani.

E' stato giustamente osservato, che la specialità del simbolo siciliano è la testa centrale, perchè nelle rappresentazioni orientali le gambe venivano unite da un punto o da un anello centrale; ed è stato notato altresì che la testa della medusa conferma l'origine mediterranea della "Trichetria", ed il suo aggancio alla mitologia greco orientale.

Il mito di Perseo . Nel mito di questo eroe, la parte più importante è quella relativa all'impresa contro la Gorgone , che Perseo compì per liberare la madre Danae dalle insane voglie amorose di Polidette, tiranno dell'isola di Serifo. Perseo, infatti, con l'aiuto di Atena , riuscì ad uccidere Medusa , che era l'unica mortale tra le Gorgoni, e a pietrificare l'odioso Polidette e tutto il suo popolo, mostrando loro la testa recisa della Gorgone, che anche da morta conservava il tremendo potere di pietrificare chi la guardasse. Il mito eroico di Perseo è strettamente connesso con la leggenda naturalistica per cui la dea Atena, simbolo della smaglainte luce solare, vince Medusa, figlia degli oscuri abbissi del mare; e quindi anche per questo verso, la Trinacria si attaglia benissimo a rappresentare quella che fu ed è chiamata "l'isola del sole". Perseo fu grato alla dea Atena dell'aiuto prestatogli, rivelandosi determinante per la sua vittoria, avendo Atena retto il lucido scudo in cui si rifletteva l'immagine di Medusa, perchè se Perseo avesse incontrato lo sguardo della Gorgone sarebbe rimasto pietrificato. Come simbolo di vittoria, Perseo donò alla dea Atena la testa di Medusa, che la dea fissò al petto, sulla corazza, affinchè la testa di Medusa, anche da morta, con la sua magica forza potesse pietrificare i suoi avversari. Il capo reciso della Gorgone assunse quindi un valore apotropaico; e nell'iconografia siciliana acquistò questo specifico potere, perchè era credenza comune che fosse possibile "tenere lontani gli spiriti maligni con l'imitare la maschera mostruosa d'uno di loro"; e le sue variazioni iconografiche attraverso i secoli si spiegano col fatto che questo simbolo, dato il suo valore apotropaico, come ben dice Bruno Lavagnini "partecipò ininterrottamente all'evoluzione stilistica dell'arte classica".

In Sicilia furono tipiche, per la loro funzione decorativa ed apotropaica, le maschere gorgoniche che decoravano i templi di Gela , che venivano poste nel timpano del frontone con antefisse in terracotta; e di cui una, di eccezionale grandezza, è stata ritrovata nel santuario ubicato presso l'odierno scalo ferroviario gelese.

Il simbolo della Trinacria dunque, se perdette il suo originario valore solare, ne acquistò uno sacrale in sicilia, dato il suo valore apotropaico, che lo trasformo in una sorta di talismano. Ma il suo valore divenne essenzialmente geografico e si identificò talmente con la Sicilia, nelle sue diverse denominazioni di Trinacria, Triscele, Triquetra, Trichetria , che fu addirittura esportato, come ha sostenuto in una ricerca il Colocci .

Egli ha notato che il simbolo della Trinacria, o Trichetria, si trova nell' isola di Man del mare d'Irlanda, portatovi, secondo una leggenda locale, dai normanni che venivano dalla Sicilia nei secoli X e XI, che sostituirono con la Trinacria l'antico simbolo dell'isola irlandese, che sotto i re scandinavi era costituito da un vascello; e lo stesso autore ha notato che il simbolo siciliano si trova in stemmi di famiglie nobili straniere, come gli inglesi Stuart d'Albany ( probabilmente per indicare il loro dominio su isole del mare d'Irlanda, come l'isola dianzi ricordata di Man), i Drocomir di Polonia, i Rabensteiner di Franconia, gli Schanke di Danimarca; e che in tempi più recenti anche re Gioacchino Murat inquartò la trinacria nel suo stemma.

Infine, il nome di Trinacria è ritornato nella storia di Sicilia - basti ricordare il trattato di Caltabellotta, che nel 1302 imponeva a Federico III d'Aragona il titolo di rex Trinacriae , mentre quello di rex Siciliae rimaneva agli angioini di Napoli

Nel 1814 fu coniata da re Ferdinando di Borbone, IV di Napoli e III di Sicilia (e non ancora I delle due Sicilie), una moneta d'oro che valeva due once, e che fu denominata Trinacria dalla figura simbolica rappresentata nel verso.

Nel campo della filatelia, nel 1858 la Trinacria fu affiancata al cavallo, simbolo di Napoli, e ai gigli, emblema della regnante dinastia borbonica, nei francobolli della posta napoletana.

Ma l'apparizione più sentita dal popolo siciliano fu certamente quella che il simbolo della trinacria fece nella grande rivoluzione federalistica del 1848-49.
Allora, in tutti i comuni dell'isola sventolò il tricolore: ed era un tricolore che recava al centro il vecchio simbolo triscelico. Il popolo siciliano ritrovò nella nuova bandiera, che sostituiva il bianco vessillo gigliato dei borboni, il suo vecchio ed amato simbolo; si entusiasmò e cantò ancora una volta: E ccu virdi, biancu e russu (e con il verde bianco e rosso) la bannera si innalzò (la bandiera si alzò) E focu sopra focu (e fuoco sopra fuoco) s'havi a vinciri o morir (si deve vincere o morire).

Quanto alla diffusione in Sicilia del vecchio simbolo della Trinacria, è interessante notare come esso si trovi nei pavimenti degli edifici pubblici, come è attestato ancora oggi dai mosaici delle terme di Marsala e di Tindari, ambedue di età romana, che recano raprresentazioni della testa gorgonica circondata da tre gambe.

Per la sua diffusione fuori dalla Sicilia, nel museo di Olimpia, in Grecia, esiste un rivestimento di bronzo di uno scudo militare, databile al VI sec. A.C. che rappresenta una testa gorgonica circondata da tre ali, arcuate come fossero gambe, ed in tutto simile al simbolo siciliano. Ed è singolare, in periodo normanno, la stilizzazione in forma umana che il simbolo della Trinacria assume in un capitello del chiostro dei benedettini di Monreale.

Infine, per quel che riguarda il vessillo ufficiale della regione siciliana , esso è costituito da un drappo bicolore giallorosso, che diagonalmente esprime il giallo della bandiera civica di Palermo e il rosso della bandiera civica di Corleone , che fu il primo comune siciliano a seguire l'esempio di Palermo nella vigorosa rivolta antifrancese del Vespro siciliano, scoppiata nella genrosa città di Palermo il 30 Marzo del 1282. Pochi giorni dopo, e precisamente il 3 Aprile 1282 , venne stipulato il patto d'alleanza fra i palermitani e i corleonesi e nello stesso giorno, con rogito del notaio Benedetto da Palermo, nacque il vessilo dei siciliani liberi, unendo i colori delle due città.

Da allora, questo vessilo raffigura l'unione spirituale dei siciliani e al centro reca il vecchio simbolo triscelico della Trinacria. In tempi recenti, questo vessilo è stata l'insegna ufficiale del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS), fondato nel 1943 a Palermo dall'on. Andrea Finocchiaro Aprile; ed oggi è il vessillo ufficiale della Regione siciliana, che il 15 Maggio 1946 ottenne la sua autonomia a statuto speciale.

Fonti:
1. Libro "Storia della Sicilia" di Santi Correnti;
2. Centro Studi Storico-Sociali Siciliani

 

I Greci in Sicilia


Da un articolo di Marco Guattari pubblicato su "Il Carabiniere" - marzo 1999

All'incirca negli stessi anni in cui i coloni greci fondavano nell'Italia meridionale Pithecusa e Cuma, le prime città della Magna Grecia, altri coloni greci si insediavano in Sicilia lasciando un'impronta memorabile, della quale sono rimaste testimonianze straordinarie ad Agrigento, Siracusa, Selinunte, Naxos.

Fu una Grande Grecia anche quella, sebbene l'appellativo di Megàle spetti unicamente a quella che si estese fra la Campania, la Calabria, la Basilicata e le Puglie.

Se si vuole cercare una differenza significativa fra le due colonizzazioni, occorre citare il rapporto diverso con le popolazioni trovate in loco al momento dello sbarco delle carrette che trasportavano sulle coste italiane gli emigranti del Mar Egeo. Nel continente la convivenza fu subito pacifica: gli indigeni si adattarono ai costumi degli invasori e furono presto assorbiti sia politicamente che culturalmente. In Sicilia, il processo fu molto più turbolento. Prima che arrivassero i Greci, l'isola era abitata da tre diverse popolazioni: i Siculi (originari, sembra, del Lazio) occupavano la regione orientale; i Sicani (autoctoni) erano insediati nella regione centrale; gli Elimi (provenienti dall'Asia) vivevano nella parte occidentale.

I Greci non furono accolti con entusiasmo. Un autorevole studioso della lingua e della civiltà greca, Paul Faure (accademico di Francia), si spinge al punto di chiamare in causa la mafia. "Si ricordi" , scrive, "che la mafia è nata parallelamente a un movimento di resistenza allo straniero. In realtà, tale resistenza è antica quanto le lave fertili dei vulcani, ha un'anima, cento volti e le migliaia di braccia di quei contadini che disponevano solo di una stanza per tutta la famiglia, di un po' di terra in concessione e dell'acqua rigorosamente misurata per i loro canali d'irrigazione" .

Faure ha le idee chiare in proposito: "Come rimproverare a Polifemo di essere inospitale quando era stato rapinato di tutto? Di vivere in solitudine quando era attaccato da gente che si muoveva in gruppo? Di essere monocolo e testardo quando per di più gli si accecava l'unico occhio?" .


NAZIONALISMO

Nel V secolo, i Greci di Sicilia dovettero fare i conti con una vera e propria insurrezione, di stampo nazionalistico (anticipatrice, per dar credito alle teorie dello studioso francese, di quella espressa cinquant'anni fa da Finocchiaro Aprile o da Salvatore Giuliano). La parte orientale della Sicilia fu messa a ferro e fuoco, ma alla fine quasi tutta l'isola finì per ellenizzarsi. Siculi, Sicani ed Elimi impararono a lavorare la ceramica, a scolpire il marmo, a costruire monumenti. Appresero anche l'arte della politica, che i tiranni delle colonie conoscevano a menadito (con il risultato di fare delle loro città un punto di riferimento per tutti i contemporanei). Siracusa era la città più popolosa del mondo: una specie di Città del Messico (più ordinata) o di New York (meno stressata) di venticinque secoli addietro. Agrigento era, invece, la città più ric ca: come oggi Los Angeles.

Riguardo al periodo precedente la colonizzazione greca, un grande storico dell'antichità liquida con poche battute l'argomento. Nella notte dei tempi, l'isola si chiamava Trinacria (che vuol dire "terra dei tre promontori" ). Poi dal continente, racconta Tucidide ( Storie ), arrivarono i Siculi "che sconfissero in battaglia i Sicani, li cacciarono verso le regioni meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia e non Sicania" . Secondo Tucidide, i Sicani erano stati i primi abitatori della Sicilia dopo i Ciclopi (cioè i compagni di Polifemo).


RICCHEZZA


Le prime colonie greche in Sicilia datano intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo. Ma l'influenza greca s'era già fatta sentire da molto tempo. Tracce evidenti di contatti con la civiltà micenea sono state rinvenute negli scavi archeologici. E le leggende omeriche sul ritorno avventuroso di Ulisse a Itaca localizzano in Sicilia alcuni dei suoi incontri più significativi: con le Sirene, i Ciclopi, i venti delle Eolie, la ninfa Calipso che lo tenne prigioniero quando si trovava ad appena diciassette giorni di navigazione dalla patria.

Alla stessa epoca risale l'insediamento degli Elimi, che alcuni storici indicano come Troiani fuggiti dalla propria terra dopo essere stati sconfitti dagli Achei.

L'emigrazione greca nell'isola - come s'è detto - è contemporanea a quella nel meridione d'Italia. E molto simile quanto a fisionomia degli invasori. Anche qui arrivarono giovanotti soli, che avevano lasciato le donne in patria e cercavano fortuna. Spesso si trattava di figli cadetti (che non potevano usufruire dell'eredità paterna), talvolta di malandrini che preferivano la fuga alla prigione, talaltra di giovani animati da un serio spirito d'avventura e dalla speranza di trovare un Paese più vivibile di quello che si lasciavano alle spalle.

In Sicilia (come nella Magna Grecia) dettero prova di assoluta indipendenza dalla madrepatria, con la quale si trovarono a più riprese in conflitto. E da Atene e Sparta - che mantennero nel tempo abitudini e costumi più rigorosi dei loro cugini - non mancarono giudizi feroci sul " dirazzamento " degli esuli. Platone , filosofo austero e bacchettone, deplorava che i coloni di Sicilia fossero " impegnati a riempirsi il ventre di cibo due volte al giorno e a non dormir mai soli la notte ". Questo genere di giudizi, peraltro, era condiviso da qualche emigrante più severo. Empedocle , per esempio, pur essendo agrigentino, non esitava a condannare i suoi concittadini perché " mangiavano come se avessero dovuto morire il giorno dopo " riconoscendo però che " costruivano come se non avessero dovuto morire mai ".

Gran gaudenti, dunque, dediti alla bella vita, ma preoccupati anche di renderla bella ai loro figli e nipoti. Che costruissero templi e palazzi poteva apparire come un eccesso di ottimismo a Empedocle, ma non ai posteri che hanno avuto modo di apprezzare la magnificenza architettonica di quelle città.

I resti dei templi di Agrigento, di Siracusa, di Selinunte sono un patrimonio di tutta l'umanità. Come spesso accade ai contemporanei, Empedocle aveva preso una mezza cantonata, mosso probabilmente dal timore (legittimo) che i suoi compatrioti si montassero la testa.

Vero è che tutte le colonie greche in Sicilia vissero - in particolare fra il VI e il V secolo prima di Cristo - un periodo di straordinario splendore e di invidiabile ricchezza sia materiale che artistica. Ci fu un momento, nel V secolo, in cui le stesse città della Grecia si trovarono in una condizione di dipendenza nei confronti di Siracusa e di Agrigento: qualcosa di paragonabile a quel che è accaduto in questo secolo nei rapporti fra l'Europa e l'America, con i vecchi coloni divenuti molto più potenti dei loro antenati. E anche allora (esattamente come è successo cinquant'anni fa nella Seconda guerra mondiale), la madrepatria chiese aiuto ai coloni temendo di essere schiacciata dal nemico. Accadde quando i delegati greci si rivolsero a Gelone , tiranno di Siracusa, sollecitando un suo intervento perché li aiutasse a sconfiggere i Persiani di Serse. Gelone, che poteva disporre di una flotta di duecento navi pretese il comando supremo; Ateniesi e Spartani, che non potevano accettare l'idea di prendere ordini da un parvenu , risposero no, e se la cavarono egregiamente da soli sconfiggendo il nemico a Salamina, Platea e Micale.


LE GUERRE


Correva l'anno 480 avanti Cristo. La baldanza di Gelone si ritorse contro i Siracusani. Le altre colonie siciliane, infatti, si resero conto che Gelone stava diventando una minaccia per gli equilibri interni dell'isola. Selinunte, Reggio e Imera si allearono con i Cartaginesi, chiedendo loro di ridimensionare le ambizioni di Siracusani e Agrigentini. Poche settimane più tardi sbarcò in Sicilia un'orda al comando di Amilcare che pose sotto assedio Agrigento. Gli assediati chiesero soccorsi a Gelone che, alla testa di 10mila cavalieri e 50mila fanti, colse di sorpresa il generale punico. Fini in un bagno di sangue. Gli africani, per resistere all'urto, s'erano incatenati scudo a scudo, ma furono ugualmente travolti. Amilcare (che - come tutti i Cartaginesi - aveva un altissimo senso dell'onore) si buttò nelle fiamme del rogo da lui stesso acceso per cremare i corpi dei suoi uomini.

Gelone fu venerato dai suoi concittadini come un eroe invincibile. Selinuntini e Imeresi s'affrettarono a firmare la pace. E per settant'anni la Sicilia non fu teatro di altre guerre. Nel 474 Gelone inviò una flotta nel golfo di Napoli dove inflisse una sonora sconfitta agli Etruschi. Forte di questi successi militari, Siracusa divenne la città più potente della Sicilia e una delle più potenti del Mediterraneo. Settant'anni più tardi, alleata di Sparta contro Atene, ottenne un'altra memorabile vittoria. Ma poi ci fu, fatalmente, la resa dei conti con i Cartaginesi. Sbarcò in Sicilia un esercito composto di decine di migliaia di uomini, agli ordini del nipote di Amilcare, assetato di rivincita: si chiamava Annibale , come il condottiero che due secoli più tardi avrebbe sconfitto i Romani sul Trasimeno e a Canne, figlio a sua volta di un altro Amilcare. I Cartaginesi non avevano molta fantasia riguardo ai nomi. In pochi giorni Annibale di Gisgone mise a ferro e fuoco Selinunte, radendola al suolo prima che arrivassero i sospirati soccorsi da Siracusa. Vecchi e bambini furono trucidati nelle strade, le donne e le fanciulle furono oltraggiate dalla soldataglia per diversi giorni.

Agrigento rischiò di subire la stessa sorte.
Merita di parlarne, perché, nei settant'anni precedenti, s'era trasformata nella più bella città siciliana. Sotto i tiranni Terone e Trasideo erano sorti cantieri dovunque, con la costruzione di gran parte dei templi che ancora si possono ammirare. L' Olympieion era il più grande edificato fino ad allora nel mondo classico. Ecco la descrizione che ne fa Valerio Manfredi , illustre topografo del mondo antico e studioso della civiltà greca: " Aveva un muro perimetrale anziché un colonnato da cui sporgevano semicolonne verso l'esterno e pilastri quadrati verso l'interno. Il perimetro di ogni pilastro era di sei metri. Secondo le ricostruzioni più accreditate (ma restano ancora molti dubbi in proposito) nello spazio fra una colonna e l'altra, a due terzi circa dell'altezza del muro, si ergevano, da basamenti inseriti nel muro stesso, dei giganti di pietra alti 5 metri in atto di reggere sulle spalle la trabeazione del tempio. Sui due frontoni erano rappresentate una gigantomachia e la presa di Troia ".

Al centro della valle era stata ricavata una piscina che accoglieva le acque reflue delle fonti cittadine (aveva un perimetro di quasi un chilometro: era piena di pesci e di cigni). Doveva essere uno spettacolo straordinario.

Quando gli Agrigentini ebbero notizia della ferocia con cui i Cartagínesi avevano massacrato gli abitanti di Selinunte decisero di rinunciare a dífendersi. Evacuarono la città cercando una via di fuga. Gli andò bene, nel senso che la maggior parte di loro salvo' la pelle. Quanto alla città, ci vollero anni per ricostruire il ricostruibile.


ROMANI


La forza distruttiva dei artaginesi s'infranse contro le fortificazioni di Siracusa. In un paio di mesi i cittadini avevano compiuto un autentico miracolo, costruendo bastioni e muraglioni che si rivelarono insuperabili per i Cartaginesi che - oltretutto - furono decimati da una pestilenza.

Trascorsero cent'anni prima che un altro Amilcare si riaffacciasse alle porte di Siracusa, governata allora da un altro tiranno, di nome Agatocle . Ancora una volta i Cartaginesi furono respinti. Siracusa capitolò soltanto quando (alleata stavolta di Cartagine) fu assediata dai Romani, nel 211 avanti Cristo.

Morì, in quei giorni, Archimede, genio e scienziato che aveva studiato macchine da guerra straordinarie per difendere la sua città. Un secolo e mezzo più tardi Cicerone compì una ricerca archeologica personale per individuarne la tomba.


USI E COSTUMI


Molti studiosi concordano nel ritenere che il livello di civiltà delle colonie greche in Sicilia non ebbe paragoni in quei tempi. Coltivavano un senso religioso profondo, con una forte propensione per il mistero. L'isola era disseminata di templi e santuari. Molti luoghi sacri nascondevano baratri e caverne nei quali venivano gettate le vittime sacrificali o gli uomini che si fossero resi responsabili di crimini particolarmente gravi. I tiranni avevano spesso una sinistra predisposizione per le torture. Il culto dei morti era accompagnato da cerimonie lugubri.

Per contrasto, i Greci di Sicilia erano belli ed eleganti, snelli e muscolosi. Praticavano moltissimo sport, allevavano (ad Agrigento) cavalli di razza. I ragazzi imparavano a combattere nudi, con il corpo cosparso di olio e di polvere, a correre armati, a lottare a pugni, a lanciare il giavellotto. Erano addestrati alla guerra, oltre che allo sport. Le fanciulle lasciavano presto le bambole, o le altalene, per imparare la danza. Facevano il pane, tessevano i vestiti, lavavano la biancheria, portavano pesi. La loro educazione era più vicina a quella spartana che a quella ateniese. Anche se Platone ed Empedocle li accusavano di esser dediti alla gozzoviglia, la verità era sostanzialmente diversa: i ricchi e le classi agiate amavano il vino e la cucina, ma gli eccessi erano rari e rappresentavano l'eccezione rispetto a una vita quotidiana che era di ben altro tenore. Dei mollaccioni viziosi e debosciati non avrebbero retto la scena, come protagonisti nel Mediterraneo, per tre secoli abbondanti.


ARCHIMEDE

Il grande matematico greco visse a Siracusa fra il 287 e il 212 a.C.
Pazzo e con la testa fra le nuvole come gli scienziati delle barzellette, Archimede alla svagatezza sacrificò la vita.

Il calcolo del volume della sfera fu una delle sue invenzioni piú geniali, e tra le sue scoperte che giovarono moltissimo anche ai moderni ricordiamo: le regole di quadratura e di cubatura del cilindro e del cono, la proprietà delle spirali, il principio idrostatico. Inventò parecchie macchine, tra le quali una chiamata coclea o vite di A. per attingere acqua dal fondo di una nave, gli specchi ustori e varie altre macchine da guerra. Lasciò alcune opere di grande importanza, quasi tutte perdute.
I Romani ne temevano le micidiali macchine belliche, ma ne ammiravano l'ingegno, e il console Marcello aveva impartito l'ordine di risparmiargli la vita.

Ciò che lo storico romano Tito Livio definì manus ferrea e speculo con le quali vennero sollevate, per poi essere buttate sugli scogli, e bruciate le navi romane (Ab Urbe còndita, XXIV, 34) vennero progettati da Archimede. Era il figlio dell'astronomo Fidia. Probabilmente Archimede studiò ad Alessandria d'Egitto, e lì fece amicizia con Conone di Samo, Dositeo di Pelusio, Eratostene di Cirene, e fu allievo di Euclide alla scuola di questi; tornò poi a Siracusa, dove scrisse quasi tutte le sue opere: Della sfera e il cilindro, Misura del circolo, Conoidi e sferoidi, Le spirali, Sull'equilibrio dei piani, Arenario, Quadratura della parabola, Sui corpi galleggianti, Stomachion, Ad Eratostene: sul metodo sulle proposizioni meccaniche, ed altri frammenti.
Tutte le sudette opere furono tradotte in latino nel medioevo e studiate a fondo durante il Rinascimento. Archimede lo ricordiamo per il suo contributo dato alla filosofia ellenica, insieme ai colleghi della prestigiosa e longeva scuola di Alessandria del III secolo a. C.; loro grande merito è stato quello di ignorare i preconcetti ed usare il metodo oggi definibile sperimentale (o galileano), per la verifica pratica dei dati suggeriti dall'osservazione diretta; così facendo hanno lasciato un metodo applicabile genericamente allo studio delle scienze che sarebbero poi diventate geografia e geometria, per esempio.

Sarebbero passati 1800 anni prima che Galileo Galilei facesse compiere altri passi avanti alla ricerca.
Fu Archimede a scoprire che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta verso l'alto pari al peso del fluido spostato.
Quando si rese conto di questa verità (mentre faceva il bagno), lo scienziato uscì da casa urlando "Eureka! Eureka!" (Ho trovato! Ho trovato!), non s'era accorto ch'era nudo, il pazzo.

Fu ucciso nel 212 a.C. da un soldato romano, quando Siracusa fu espugnata da Marcello e saccheggiata.
Un legionario, entrato in casa sua, lo trovò intento a studiare una formula: gli chiese chi fosse e lui, senza voltarsi, rispose che non voleva essere disturbato. L'altro s'impermalosì e gli menò un gran fendente con la spada.
La sua tomba, ritrovata nel 75 d.C. da Cicerone, è oggi andata perduta.

Nella foto: busto di Archimede - Napoli, Museo Nazionale

 

FEDERICO II ( 1194 - 1250 )

Imperatore del Sacro Romano Impero . Nacque a Iesi presso Ancona da Enrico VI Hohenstaufen e Costanza d'Altavilla, erede al regno di Sicilia.

Federico crebbe in Sicilia in un ambiente che, a cominciare dalla madre, odiava i tedeschi. Aveva solo quattro anni quando a Palermo, il giorno di Pentecoste, veniva incoronato re di Sicilia , mentre Costanza , poco prima di morire nominava il pontefice Innocenzo III amministratore del reame e tutore del figlio.

Il 26 dicembre 1208 terminato il periodo della reggenza Federico divenne re. L'anno seguente accolse festosamente Costanza d'Aragona che aveva sposato per procura durante la minore eta'.

Nel 1212, quando aveva solo 18 anni parti' per la Germania a rivendicare il titolo imperiale. Era un impresa temeraria, e gli avvenimenti che lo accompagnarono hanno del leggendario.

In pochi mesi fu eletto re a Francoforte, e tre anni dopo in seguito alla morte del maggior rivale Ottone IV di Brunswick, e col consenso del pontefice fu nuovamente incoronato ad Aquisgrana, re di Germania (1215) rinnovando gli impegni verso il papato e promettendo di guidare una crociata nei Luoghi santi.

Ritornato a Palermo si preoccupo' di instaurare un potere centrale forte, antifeudale, con caratteri addirittura moderni. Tutte le terre donate negli ultimi trent'anni furono confiscate e unite al demanio imperiale (legge de regnantis privilegiis ). Tale provvedimento colpiva inesorabilmente la nobilta' e i grandi ecclesiastici.

Anche i castelli costruiti negli ultimi 30 anni vennero abbattuti e requisiti. I baroni che si opposero furono attaccati, imprigionati, uccisi o esiliati, e le loro cose confiscate. La sicurezza del reame fu basata su una serie di castelli imperiali per la cui vigilanza e manutenzione Federico organizzo' una schiera di funzionari.

La vita nel reame era rigorosamente controllata: gli Ebrei e i Musulmani dovevano portare sulle vesti un distintivo giallo; leggi speciali isolavano le prostitute e gli attori. Il commercio era monopolizzato dallo stato o controllato; non poteva essere esportato l'oro. Le citta' costiere avevano l'obbligo di fornire navi e marinai per la flotta imperiale. Impiegati dello stato riscuotevano direttamente le imposte. Sedicimila Musulmani furono trasferiti a Lucera, che divenne un piccolo centro islamico in Italia fedelissimo all'imperatore.

Federico aveva solennemente promesso al pontefice di guidare una crociata in Terrasanta . Per lungo tempo rimando' la cosa, ma scomunicato dal papa Gregorio IX dovette partire, era il 1228. Giunto in Palestina, preferì non combattere e si assicuro' con trattative presso il sultano Malik Al-Kamil il possesso di Gerusalemme, Nazareth e Betlemme. Durante la permanenza in Palestina, divenne amico dell'emiro e si interesso' di medicina, astronomia e filosofia.

Nel frattempo il papa Gregorio approfittando dell'assenza dell'imperatore attaccava e devastava i domini imperiali; ma al ritorno di Federico fu sconfitto e costretto alla pace a S.Germano (Cassino 1230).

Deciso a riorganizzare il regno, per suo ordine un gruppo di giuristi meridionali tra i quali vi era il famoso Pier delle Vigne , elaborarono il Liber Augustalis (raccolta di leggi promulgati a Melfi nel 1231 e percio' dette Costitutiones Melphitanae ) che stroncava definitivamente ogni residuo feudale nel reame e gettava le basi per una moderna monarchia assoluta . La chiesa a sua volta era vista come un'organizzazione spirituale e non ne veniva ammessa alcuna interferenza economica e politica. Ecclesiastici ed eretici dovevano essere giudicati da tribunali laici; il diritto di vescovi, chiese e conventi a possedere terre era ridotto al minimo e d'altra parte le tasse colpivano gli ecclesiastici come i laici.

Anche le autonomie comunali e cittadine non erano piu' riconosciute. Una prima rivolta comunale scoppiata nel reame fu stroncata con decisione. Ma in tutta l'Italia le forze guelfe e comunali si riunivano, sia in Germania che nell'Italia settentrionale si rafforzava il sentimento antiimperiale. Federico si trovo' impegnato in una serie di spedizioni militari con alternanza di vittorie e di sconfitte, mentre piu' numerosi si facevano i nemici.

Nel 1235 fu costretto ad arrestare il figlio Enrico che gli si era ribellato e subito dopo dovette fronteggiare la seconda Lega lombarda , che sconfisse a Cortenuova (1237).

La crisi pero' si aggravo': Venezia scese in campo per difendere i suoi interessi nell'Italia settentrionale, mentre il papato, con maggiore accanimento si pose a capo del partito antiimperiale, scomunicando l'imperatore e bandendo contro di lui la guerra santa. Federico dapprima riusci' a fronteggiare lo schieramento avversario e nel 1241 all'isola del Giglio l'alleata flotta pisana distrusse le navi genovesi che trasportavano a Roma, i vescovi, convocati in concilio per deporlo. Ma alcuni anni dopo il nuovo pontefice Innocenzo IV riusci' a riunire il concilio a Lione e l'imperatore venne dichiarato decaduto(1245).

Sconfitto nell'assedio di Parma, che si era ribellata, e prostrato dalla prigionia del figlio Enzo, catturato dai Bolognesi a Fossalta (1249), e dalle congiure di corte, Federico mori' circondato dai suoi funzionari arabi, civili e militari il 13 dicembre 1250 a Castel Fiorentino presso Lucera (Puglie).

La grandezza di Federico e' innegabile. Ebbe una personalita' complessa, dagli interessi vari, ma sorretta da una volonta' senza precedenti. Amo' egualmente le armi, gli intrighi politici, la filosofia, le scienze, l'arte, la poesia (alla sua corte fiori' la prima scuola poetica italiana) e soprattutto fece del comando un culto. Vide con chiarezza lo stato assoluto e intui' in che modo doveva essere edificato.

 

Cronaca di un'unificazione
di Antonio Nicoletta

SOCIETA' SIRACUSANA DI STORIA PATRIA
Siracusa – 31 Ottobre 2003

5° Convegno “Il Regno delle due Sicilie dal 1130 al 1861”
Taranto 8 Novembre 2003

Università della 3a età - Siracusa – 16 Febbraio 2004

Signore, Signori, Autorità, Amici

Perché abbiamo dedicato una serata ad un argomento che ai più potrebbe sembrare inutile, stantìo, velleitario, senza possibilità di incidere sulla nostra vita?

E' una domanda che mi è già stata rivolta ed alla quale ho risposto e rispondo.

Forse non mi sarebbe stato posto lo stesso interrogativo se l'argomento prescelto si fosse riferito alla dominazione araba, ai normanni, a Federico II, ai Vespri Siciliani.... a episodi e dominazioni entrati nel nostro immaginario e metabolizzati come strettamente collegati con la nostra storia, fatti di cui andare orgogliosi.

Prima di introdurre l'argomento credo sia opportuno fare alcune considerazioni tra storia e mito, e nella storia, come essa ci viene raccontata a seconda da chi scrive.

Gli antichi poeti greci e latini ci hanno tramandato un concetto in apparenza ingenuo e scolastico, in realtà profondo ed inquietante:

che è vero soltanto ciò che viene cantato dalla poesia

“Vissero grandi eroi anche prima di Agamennone,
ma giacciono dimenticati perché non ebbero per loro un sacro vate”

Gli eventi sono veri, dunque, se qualcuno ce li ricorda, altrimenti è come se fossero mai accaduti

La storia è sempre scritta dai vincitori e la parte del cattivo spetta sempre al perdente; i vincitori celebrano le loro figure di maggior spicco, le loro imprese, il loro coraggio, e si riserva alla controparte ogni valore negativo.

Ma male e bene non abitano mai da una sola parte e la lettura della storia del Regno lo dimostra.

“Quando non sai quale è la via giusta, scegli la più difficile ”.

Mi è piaciuto riportare questa frase di Montanelli, per introdurre la mia presentazione di una storia sconosciuta ai più, sgradita a molti a comunque tenuta nascosta per più di 140 anni e che ora in un momento in cui la rilettura, la revisione incalza su molti aspetti oscuri della storia italiana mi sembra sia giusto parlarne. Anche perché esiste una corrente di storici professionisti e dilettanti che a tali argomenti dedica tempo, risorse, passione.

Ma il muro del riserbo comincia a sgretolarsi; piccole crepe appaiono e l'argomento legato alla conquista del Sud comincia ad essere trattato da storici, giornalisti, cineasti.

Si è detto che la storia la scrivono i vincitori. In Italia questo è più ve­ro che altrove. Forse perché, come ogni popolo ha bisogno di una mitologia in cui riconoscersi; forse perché non abbiamo mai avuto una scuola di storici emancipati dalla politica; oppure perché siamo fatti così, semplicemente faziosi.

E questo è dimostrato considerando che su questioni come risorgimento, fascismo, comunismo, resistenza, ecc., sono state scritte intere biblioteche che hanno dato, e continuano a dare, da una parte e dall'altra, una visione parziale dei fatti, a volte distorta, altre volte del tutto falsa.

Da qualche anno a questa parte, però, qualcosa comincia a muoversi.

Spesso al di fuori dei grandi circuiti editoriali e senza quella risonanza che in­vece accompagna le solite grandi firme dell'establishment culturale, stanno emergendo non senza difficoltà e ostracismi varie opere non solo di storici, ma anche di giornalisti o semplici appassionati di questioni storiche, che rimettono in discussione i tanti luoghi comuni della nostra storiografia ufficiale. Sono le opere dei cosiddetti «revisionisti», come vengono indicati, almeno nella primigenia accezione, gli eterodossi, gli eretici. coloro che osano sfidare e mette­re in dubbio il dogma.

Ripeto, il percorso è impervio, e le recenti vicende e le reazioni legate a Giampaolo Pansa ed alla pubblicazione del suo libro “Il sangue dei vinti”, ci dice cosa ci si deve aspettare quando si decide di andare controcorrente, poiché come si conviene quando si ha a che fare con un eretico, scatta immediata la condanna, la censura, l'ostracismo.

So che allontanandomi da certi schemi abituali e precostituiti, rivedendo certe visioni oleografiche, rivelando verità più che note agli studiosi ma ancora ignote alla maggior parte del popolo, corro il rischio di attirare commenti ironici o quanto meno manifestazioni di incomprensione, o peggio. In questa mia ricerca trovo il conforto di alcuni compagni di viaggio di tutto rispetto che con la professionalità e la competenza che viene loro riconosciuta nobilitano di fatto queste nuove interpretazioni, e mi riferisco a Paolo Mieli, con la sua “La Storie, le storie”, a Giordano Bruno Guerri con la sua “ Antistoria degli Italiani”, a Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle Istituzioni politiche presso la Facoltà di scienze politiche dell'Università di Macerata con la sua “L'invenzione dell'Italia unita.”, ad Angelantonio Spagnoletti docente di storia degli antichi stati italiani all'Università di Bari, col suo recente “Storia del Regno delle due Sicilie”, a Lorenzo del Boca, presidente nazionale dell'ordine dei giornalisti con “Maledetti Savoia”, Fulvio Izzo con “I lager dei Savoia”, con Angela Pellicciari, docente di Storia e Filosofia, autrice di “Risorgimento da riscrivere” “L'altro risorgimento”. Citeremo di passaggio autori dell'epoca e moderni , quale Giacinto de Sivo, M. de Sangro, A. Capece Minutolo, Harold Acton, Topa, Cucinotta, Zitara, Scarpino, Campolieti, De Fiore, Alianello, Dennis Mack Smith.

Scrive Benedetto Croce: “Lo spirito animatore della cosiddetta “storia del risorgimento” è tutt'al più poetico, ma non certamente storico; e, a dissolverla, basterebbe nient'altro che introdurvi lo spirito storico, perché in questo caso esso si fonderebbe nella storia politica del secolo decimonono, nella quale il moto italiano prenderebbe il suo significato proprio, spogliandolo dei colori onde il sentimento e l'immaginazione l'hanno finora rivestito. E si renderebbe giustizia, come in storia è doveroso fare, alle forze di resistenza che al moto liberale opponevano la vecchia Italia o la vecchia Europa, o, nella fraseologia dei politicanti l'oscurantismo e la reazione.

Giustizia: il che non significa recriminazione o rimpianto del passato, che è morto, ma semplicemente intelligenza del presente e dei problemi del presente”

A dispetto di quanto testé letto, invece, ancora oggi, in Italia c'è sempre qualcuno che si comporta come se ci fosse ancora l'ultimo borbone da abbattere, come se ci fosse un ultimo brandello di storia da demonizzare.

Tratteremo queste cose perché anche questa è la nostra storia, anzi, questa è la nostra storia, la storia dei nostri antenati e della nostra terra, dove è nato e fermentato l'humus della nostra cultura, del nostro carattere, del nostro modo di essere, una storia che in mezzo a luci ed ombre - non solo ombre - ha dato al nostro popolo un grande stato, retto da una grande dinastia, che ha dato grandi impulsi alla politica, alla scienza, all'economia, alle arti, al diritto. Parleremo di queste cose perché dopo 142 anni di propaganda esercitata proponendo schemi falsi e calunniosi, riteniamo sia giunto il momento che ognuno di noi, nel suo piccolo, rilegga questa storia, riveda il proprio passato e ponga fine ad un martellamento che nel tempo si è trasformato in campagna antimeridionalistica, consapevoli del fatto che qualunque rinascita del nostro popolo non possa avvenire se non passando attraverso la riacquisizione del nostro passato e del nostro orgoglio di essere meridionali. Porgeremo ora, di seguito, senza aver l'intenzione di voler imporre ad alcuno il nostro punto di vista, citando quanto più è possibile le fonti, alcune considerazioni che tenteranno di risolvere alcuni dubbi, di spiegare alcuni fatti, riprendendo il discorso dalla fine, dal proclama di Francesco II da Gaeta:

Cronaca di un'unificazione

… Sparisce sotto i colpi de' vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie sono state dichiarate provincie di un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governati da Prefetti venuti da Torino.. ”

Con queste parole il giovane Francesco ricorda il calvario del suo breve regno, in questo suo ultimo proclama emanato da Gaeta assediata, l'8 Dicembre 1860.

Nel frattempo nell'intero Regno iniziava la sollevazione popolare; iniziava la resistenza disperata che doveva insanguinare le nostre contrade per ben dieci anni.

Dai vincitori con disprezzo fu chiamata “brigantaggio”.

E' norma che ha diritto alla dignità di partigiano chi vince, mentre è bandito, brigante, chi perde.

Come e perché si arrivò a quei giorni?

Come e perché la cultura ufficiale ha condannato i Borbone ed il Regno delle Due Sicilie, in una condanna severa e senza appello?

Sono ormai 142 anni di calunnie che pesano sulla storia e solo ora, a distanza di 142 anni ci si comincia a chiedere se fu vera gloria l'impresa garibaldina e se fu veramente così negativo il regime borbonico, se i popoli del Regno stavano peggio prima o dopo l'annessione, se fu solo per demerito del Re e dei combattenti che si perse il Regno o già tutto era stato deciso a tavolino da alcune potenze?

Non è certo scopo di questa conversazione sovvertire le conoscenze storiche ufficiali; non c'è né il tempo, né la competenza. Si cercherà solo di aprire uno spiraglio, di suscitare un dubbio, di sollecitare la curiosità.

Esistono ormai, come già detto, parecchie pubblicazioni che trattano anche questo argomento, e www.effemensile.com concordo che c'è da mediare fra tesi opposte, “navigando fra il perfetto disaccordo che deriva dalla lettura comparata dei vari testi, superando da una parte la tendenza agiografica nei confronti dei Savoia e la divinizzazione ad oltranza del Risorgimento, che innalza certi fatti a miti, certe opinioni a culti, certi personaggi ad eroi e dopo morti, a monumenti.”

Mentre dall'altra parte occorre superare il sentimento nostalgico e dorato dei legittimisti e dei tradizionalisti.

Esistono comunque documenti e testi che riportano un aspetto della verità, verità che per convenienza dei vincitori ci è stata sempre tenuta nascosta.

Sul numero di agosto 1993 della rivista “HISTORIA” è riportato un articolo di Rino Cammilleri dal titolo “Ferrovie dello scandalo - Tangenti nell'800” che riporta fra l'altro e lo raccontiamo solo per testimoniare che v'è nulla di nuovo sotto il sole, un biglietto scritto da Mazzini che recita: “Io soltanto vi dico che ove altri farebbe sua pro d'ogni frutto dell'impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito, non la sua”, prima teorizzazione del principio-tormentone di tangentopoli secondo cui una cosa è intascare per sé, altra per il partito. Ma lasciamo stare questo tema. Nello stesso articolo v'è una finestra intitolata “Delitto eccellente sull'Ercole”. L'Ercole era la nave che portava da Palermo a Napoli Ippolito Nievo.

Ippolito Nievo, fu un buono ed amato scrittore, romanziere e poeta padovano dell'ottocento; chi non ricorda “Le confessioni di un Italiano” con i personaggi della Pisana, di Carlino Altoviti, il castello di Fratta etc. Ma fu anche un garibaldino, anzi fu colonnello e viceintendente dei mille, amministratore dei fondi della spedizione.

Sull'Ercole erano imbarcati anche i documenti contabili e le ricevute.

Nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1861 esplosero le caldaie della nave che si inabissò trascinando con sé uomini e carico. Si sospettò il sabotaggio, ma l'inchiesta (breve) non approdò a nulla; più recentemente - riporta l'autore - si è scoperto che l'atto fu davvero doloso.

Perché fu affondato l'Ercole? E' forse azzardato pensare che si volessero far sparire le prove che Nievo recava con sé? E chi ordinò l'attentato? Forse quei generali borbonici comprati che non volevano veder compromessa la possibilità di riciclarsi in posti di responsabilità nel nuovo Regno d'Italia? Perché è ormai chiaro che lo sbarco dei Garibaldini in Sicilia è uno degli atti destinati alla conquista del sud la cui preparazione fu lunga e meticolosa; Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi - protagonisti della storia cosiddetta risorgimentale - furono in realtà strumenti della politica imperialistica britannica e della massoneria ad essa collegata. (D'altra parte all'epoca erano ben pochi gli avvenimenti, in qualsiasi parte del globo, in cui non vi entrasse in qualche modo la regìa del Foreign Office).

Basti pensare alla partecipazione piemontese alla Guerra di Crimea (1854-1856). Essa è considerata una delle iniziative più acute e lungimiranti di Cavour. In realtà tale partecipazione rientrava nella strategia degli Inglesi mirante ad impedire la penetrazione della Russia nel Mediterraneo; per premio ai Piemontesi fu data la www.lederboka.com possibilità di partecipare assieme ai grandi al congresso di pace di Parigi (1856) e un sostegno al processo di unificazione dell'Italia sotto la guida dei Savoia.

(Ricordiamo che nel 1833, i liberali, dopo un congresso a Bologna, offrirono la corona d'Italia a Ferdinando II, che non l'accettò).

Allora cominciò anche il processo di corruzione che fece trovare al momento opportuno, dalla parte del Piemonte, alcuni personaggi chiave dell'apparato militare, politico e burocratico del governo borbonico.

Cominciò, si rafforzò, una continua e serrata campagna di diffamazione, e voglio ricordare solo la lettera di Gladstone a Palmerston nella quale si definisce il governo borbonico “la negazione di Dio fatta sistema”. Tale lettera ebbe una grande amplificazione e diffusione in tutta Europa. Confesserà poi Gladstone che non era presente ai fatti che riferisce, ma questa sua correzione passerà sotto silenzio.

Tutto questo può spiegare il comportamento dell'esercito che in fondo era composto di oltre 100.000 uomini, con battaglioni di svizzeri e bavaresi ed al di là delle mitologie e degli aneddoti, ben addestrato e agguerrito.

Quando poterono combattere, sul Volturno, a Caiazzo, a Capua, a Gaeta i soldati borbonici seppero dimostrare di che pasta erano fatti, anche contro truppe numericamente superiori. (cosa che del resto gli austriaci avevano già avuto occasione di provare avendoli contro, a Curtatone e Montanara, quando il loro intervento, a fianco delle truppe piemontesi, seppe rovesciare l'esito della battaglia).

Dirò ancora, per inciso, che al Regio Esercito Borbonico apparteneva il colonnello medico Ferdinando Palasciano, che per primo teorizzò il principio dello stato di neutralità, fra eserciti cobelligeranti, del soldato ferito o gravemente ammalato, precorrendo e ponendo le basi morali di quell'organismo che divenne la Croce Rossa Internazionale.

Prima delle battaglie su citate, i resoconti ci narrano di guarnigioni e reparti che furono fatti arrendere senza combattere - e di comandanti linciati per questo motivo - di navi da guerra consegnate ai garibaldini da ufficiali filopiemontesi, di vascelli inglesi che tenevano a bada i Borbonici mentre le camicie rosse sbarcavano.

Ora sappiamo, aggiunge l'Autore, che gli inglesi versarono a Garibaldi l'equivalente di tre milioni di franchi francesi in piastre d'oro turche - che era allora la moneta franca del Mediterraneo - una somma che equivale a parecchi milioni di dollari d'oggi.

Si spiega così, per esempio, la resa del generale Lanza e la cessione della piazza di Palermo ai garibaldini, senza quasi sparare un colpo.

E' opportuno ricordare in questo particolare momento alcune eccezioni fra gli ufficiali.

Ricorderemo fra gli altri il Ten. Colonnello Sforza a Calatafimi e soprattutto il Colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco da Siracusa, comandante del 9° battaglione cacciatori, distintosi a Milazzo, e che fu sempre leale e fedele al suo Re ed ebbe per questo onore e riconoscimento anche dagli stessi nemici (Come dice Sciascia nella sua presentazione al diario di Padre Giuseppe Buttà “Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta”).

Insomma quel denaro darebbe ragione della ritirata di un intero esercito di professionisti davanti ai sedicenti volontari in rosso.

E' esemplare a questo riguardo quanto si legge sul diario di Buttà, in riferimento ai fatti di Calatafimi: contrariamente a “..gli scrittori garibaldini, che fregiano del nome di battaglia il fatto d'arme di Calatafimi, fanno descrizioni omeriche del loro valore, mentre ebbero di fronte un turpe generale a loro venduto per quattordicimila ducati (Landi), e meno di cinquecento soldati napoletani, che da principio li misero in fuga. L'ordine del giorno di Garibaldi, pubblicato in Calatafimi, è una vera caricatura, considerando il tradimento del Generale Landi.

Garibaldi a Calatafimi perdette centoventi volontari: se le sole quattro compagnie dell'8° cacciatori, equivalenti a meno di cinquecento uomini, lo sbaragliarono e gli fecero quel danno, quale sarebbe stata la fine della temeraria impresa del futuro Dittatore delle Due Sicilie, se Landi si fosse battuto con tutti i suoi?

... Il fatto d'arme di Calatafimi segnò la caduta della Dinastia delle Due Sicilie; imperocchè il generale Landi non fu chiamato a dar conto della sua vergognosa condotta, ed inesplicabile ritirata, ma quello che fa più maraviglia si è che rimase al comando della brigata che aveva disorganizzata e demoralizzata. Questo esempio incoraggiò i duci vili, o traditori, a tradire impunemente”.

Il resoconto di Buttà coincide con quello di Giacinto de Sivo riportato nella “Storia delle due Sicilie” e con quello ripreso in epoca più recente da Michele Topa nel suo “Così finirono i Borbone di Napoli”.

Ma col se e col ma non si fa la Storia; né faremo la cronaca della disfatta. Essa si compendia nella finale ed eroica resistenza delle guarnigioni di Messina, Gaeta, Siracusa, ed ultima ad arrendersi, di Civitella del Tronto.

Non parleremo del “brigantaggio” e delle persecuzioni effettuate durante l'occupazione, né dei paesi bruciati, della gente fucilata, delle popolazioni deportate.

Cercheremo invece, a questo punto, di aprire un piccolo squarcio, piccolo, dato il www.pro6.co.uk tempo a disposizione, sul Regno, immediatamente prima dell'occupazione e vedremo di capire cosa ci hanno tolto ed in cambio di che cosa.

Citiamo ancora Cammilleri “Per il Regno delle Due Sicilie alla vigilia della spedizione dei mille si poteva parlare di “miracolo economico”. Aveva la terza flotta mercantile d'Europa, una delle monete più solide, un debito pubblico pressoché irrisorio, praticamente inesistente l'emigrazione” (Questa comincerà ed assumerà aspetti drammatici dopo l'unificazione). Il suo complesso siderurgico di Pietrarsa vantava un fatturato di gran lunga superiore a quello di analoghe strutture nel resto d'Italia.

Aveva inoltre la prima ferrovia della penisola (la famosa Napoli Portici; ma non solo, perché la rete si estese ben presto per più di duecento chilometri, ed erano pronti i progetti per allargarla a tutto il regno).

Certe esportazioni, come la pasta alimentare ed i guanti, erano rinomate in tutto il mondo.

Senza parlare dello zolfo e dell'allume, di cui la Sicilia era praticamente l'unica produttrice al mondo e la cui importanza passava attraverso gli impieghi bellici, sanitari, agricoli.

Nelle casse statali infine, c'era quasi il doppio di quello che possedevano tutti gli altri stati della penisola messi assieme.

Riportiamo a questo proposito un estratto da “Scienze delle finanze” di Francesco Saverio Nitti:

Le monete degli antichi stati italiani al momento dell'annessione ammontavano a 660 milioni così ripartiti:

Regno delle Due Sicilie milioni 443,2

Lombardia milioni 8,1

Ducato di Modena milioni 0,4

Parma e Piacenza milioni 1,2

Romagna, Marche e Umbria milioni 55,3

Roma milioni 35,3

Sardegna milioni 27,0

Toscana milioni 85,2

Venezia milioni 12,7

Totale milioni 668,4

Riprendendo da Cammilleri “Al primo censimento dell'Italia unita risultò che il Sud aveva 9.390 medici su nove milioni di abitanti, contro i 7.087 per 13 milioni di cittadini del Nord. Gli occupati dell'industria erano 1.189.582 contro i 345.563 di Piemonte e Liguria ed i 465.003 della Lombardia. Lo sforzo borbonico per il decollo industriale era denunziato anche dal singolare - e felice - esperimento di San Leucio, vicino a Caserta. Era una specie di “città degli operai” retta secondo le idee di Rousseau e Voltaire, chiamata Ferdinandopoli in onore del penultimo re delle Due Sicilie, che la promosse. Era autogestita e vi si produceva seta con tecniche avanzatissime.

Nazionalizzata dopo l'unità, decadde fino al punto che gli operai nel 1866, rivolsero al Parlamento Italiano una petizione nella quale chiedevano il ripristino dell'antico sistema di gestione.

La dittatura garibaldina in Napoli (due mesi in tutto), creò un deficit di bilancio che già alla fine del 1860 è di dieci milioni di ducati, divenuti venti l'anno successivo.”

E' chiaro che ci sarebbe da parlare ancora sull'economia, sulle leggi, sulla cultura, sul sociale; ma non basterebbe il tempo che mi son dato a disposizione.

Giovanni Nicotra, uno dei sopravvissuti di Sapri, graziato - come quasi sempre accadeva sotto Ferdinando II - dice: “..il governo borbonico manteneva la legalità ed il rispetto nella magistratura, e nei processi politici hanno mostrato maggiore indipendenza gli antichi tribunali rispetto ai nuovi”.

I poveri, gli indigenti, erano ricoverati a Napoli (ed a Palermo) in un monumento alla solidarietà che si chiamava Reale Albergo dei Poveri, “amministrato saggiamente e dove si ricoveravano ogni notte anche fino a mille persone che potevano contare su di un letto ed un piatto di minestra; chi voleva poteva avere un minimo di istruzione o imparare un mestiere. Dopo il 1861 lo stabilimento si trasformò nell'albergo della morte per lo spirito, e per il corpo sevizie, sporcizia e mortalità. I nuovi governatori ricevevano un pingue stipendio, i vecchi lavoravano gratuitamente e con spirito di servizio”.

Chiuderemo sorvolando sulla grande mistificazione del plebiscito. Un plebiscito che collegò con l'intimidazione e con l'inganno la Nazione del Sud al resto dell'Italia.

Si, Nazione, perché dell'Italia di allora, la sola Patria comune dalla Sicilia al Tronto, l'unica nazione esistente da sette secoli, da quando cioè il nord era ancora nelle mani dei barbari, era il nostro Regno. Esso per ben sette secoli, visse e prosperò, dal 1130 quando il gran-conte Ruggiero fondò la monarchia, e via-via, attraverso le dinastie Normanna, Sveva, Angioina, Aragonese ed Asburgica, ognuna legata all'altra da vincoli di sangue, politici, matrimoniali, e fino a Carlo III che rese lo stato autonomo affrancandolo da ogni collegamento straniero.

Si legge sui resoconti di alcuni storici che i garibaldini vennero a liberare la nostra terra dall'usurpatore e dal tiranno.

Chi era l'usurpatore, colui forse che discendeva da una dinastia che governò il nostro meridione fin dal 1735?

Da questa data alla caduta del regno - nel 1860 - i Re Borbone governarono la nostra terra per ben 125 anni, e furono detti usurpatori.

Quando per due volte persero il Regno, migliaia di contadini, borghesi, nobili, ufficiali, combatterono e morirono per loro, e furono detti tiranni.

Forse i Borbone non furono scevri di colpe e manchevolezze, dobbiamo pensarlo per amore di obiettività, e fra tante cose reprensibili che caratterizzarono anche il loro regno, male fecero a cedere alle richieste degli inglesi di giustiziare i protagonisti dell'insurrezione detta della repubblica napoletana, male fecero a non rispettare le autonomie promesse durante il decennio francese che vide Palermo capitale ed il resto del Regno occupato dallo straniero, straniero che dominò e la cui “occupazione fu contrabbandata dai soliti mercanti di cultura risorgimentale per liberale e democratica”, in virtù di una nostra sorta di autolesionismo che porta a parlare bene di un parvenu straniero, piuttosto che di una dinastia completamente autoctona.

D'altronde ancora oggi mi accade di notare in interlocutori occasionali una veemenza antiborbonica degna di miglior causa, una resistenza dialettica a qualunque tentativo di riesame, quasi si avesse paura di andar contro un convincimento che molte volte, del resto, nasce da una sommaria assunzione scolastica di notizie storiche pilotate.

Durante una conversazione, il mio occasionale interlocutore ribatté ad alcune mie precisazioni dicendo: “Cosa vuole, io sull'argomento so solo quello che mi hanno insegnato a scuola”.

Ed infatti, ancora oggi a scuola non si insegna. Negli anni in cui il programma prevede lo studio della storia moderna, ed in particolare del Risorgimento, fra i nomi delle varie battaglie, Curtatone, Montanara, Solferino, San Martino, Bezzecca, Novara, e dei vari personaggi, Cavour, Napoleone III, Silvio Pellico, Ciro Menotti, Amatore Sciesa, Garibaldi, sbuca all'improvviso l'episodio della spedizione dei mille, contro un re usurpatore, tiranno e liberticida di un regno la cui connotazione è vaga e misteriosa quasi fosse ai confini della terra, spedizione guidata da un eroe fulgido, biondo che mette in fuga un esercito di diavoli neri e sporchi, vili, al servizio di un belzebù viscido, tentennante e poi la liberazione e l'annessione in un tripudio di tricolori e peana di trionfo, con la gente del sud che osanna finalmente libera e italiana.

Luigi Settembrini, “patriota e perseguitato politico” più volte condannato a morte e sempre graziato, nelle sue “ricordanze” diceva, dopo l'unificazione, verso il 1870, deluso del governo che si era instaurato, in una lezione agli studenti: “Figli miei, bestemmiate la memoria di Ferdinando II, perché è sua la colpa di questo”, ed al loro stupore aggiungeva: ”Se egli avesse impiccato noi altri, oggi non si sarebbe a questo: fu clemente e noi facemmo peggio” ed ancora ricorda riferendosi al 1836: “Tre cose furono belle in quell'anno, le ferrovie, l'illuminazione a gas e ...te voglio bene assaje”.

Chiudiamo con un'ultima considerazione sul grande odio dei Savoia verso i Borbone, odio che continuò a manifestarsi con imponenti azioni di cancellazione di ogni memoria, perpetrata con la distruzione dei monumenti, delle lapidi e della toponomastica che li ricordava. In Italia esiste ancora per esempio, la Galleria Estense a Modena, mentre il Real Museo Borbonico è stato immediatamente ribattezzato Museo Nazionale. Ed il Corso Maria Teresa ribattezzato Corso Vittorio Emanuele e cito solo questo a mo' di esempio. Non esistono quasi più monumenti, statue e ogni nome borbonico è sparito da tutte le città del Regno. Anche nel nostro intorno, il nome dei Borbone è stato completamente eliminato, non si trova a Siracusa, non a Noto, non a Catania, non a Lentini, non a Palermo.

L'aggettivo borbonico è rimasto solo collegato al carcere di Caltagirone, a quello di Catania, a quello di Siracusa, mentre in queste stesse città per il resto, sembra che la dinastia borbonica non sia mai esistita.

Ma alle nuove generazioni, ai nostri figli, ai figli dei nostri figli, occorrerà raccontarla questa storia, occorrerà che sia raccontata e ricordata, affinché sia recuperato il nostro passato che è un passato di grandezza, di cui andare orgogliosi e non vergognarsi.


Lo Statuto
La Sicilia: regione o "colonia" d'Italia
del Prof. Santi Correnti
Direttore Onorario dell'Istituto Siciliano
Di Cultura Regionale - Catania

Come tutti sanno, la Sicilia è diventata "Regione a statuto speciale" il 15 maggio 1946, in altre parole quando l'Italia era ancora un Regno, e non una Repubblica; e il suo decreto istituzionale non fu firmato da un Presidente della Repubblica, bensì dal principe Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno d'Italia per il padre Vittorio Emanuele III.
Questa priorità storica della "Regione Siciliana" è dimostrata proprio dalla sua denominazione, che adoperava l'aggettivo "Siciliana", mentre tutte le altre regioni italiane vengono contrassegnate dal proprio sostantivo, per questo abbiamo la "Regione Lazio", la "Regione Puglia", e così via.
Il decreto-legge relativo, approvato il 15 maggio 1946 con la legge n. 455, fu pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana" del 10. giugno 1946; e risulta composto da 41 articoli, di cui, purtroppo, i più importanti e i più determinanti, o non sono stati mai applicati, oppure sono caduti nel dimenticatoio, dopo una temporanea applicazione.

È stupefacente costatare come lo Statuto Regionale Siciliano sia stato progressivamente svuotato di valore e di significato, proprio nelle sue principali prerogative.
Infatti:

1) L'art. 25 prescriveva che, in Sicilia, fossero abolite le province con i loro organi amministrativi; e che al loro posto fossero istituiti i "Liberi Consorzi di Comuni". Questo articolo non è stato mai applicato e tutto è rimasto
come prima.

2) L'art. 21 disponeva che il Presidente della RS partecipa con rango di Ministro al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la RS. Questo articolo non è stato mai applicato e quando recentemente il Presidente Giuseppe Provengano tentò di farlo valere, gli furono letteralmente chiese le porte in faccia.

3) L'art. 24 prevede l'intervento giuridico di una Alta Corte di Giustizia, per decidere della costituzionalità delle leggi riguardanti la Sicilia ed emanate tanto dallo Stato, quanto dalla Regione stessa. Questa Alta Corte fu Costituita e funzionò per qualche tempo, ma poi scomparve senza lasciare traccia.

4) L'art. 31 disponeva che il Presidente della RS fosse il "Capo della Polizia di Stato nell'ambito della Regione", con il diritto di decidere la rimozione dei funzionari di polizia in S o il loro trasferimento fuori della S, ma questo articolo non è stato mai applicato,

5) L'art. 38 dispone che lo Stato "verserà annualmente alla RS, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in lavori pubblici. Questo articolo funzionò per qualche tempo; poi, non se ne è saputo più nulla.

6) L'art. 40 dispone l'istituzione per il Banco di Sicilia di Palermo, di una "Cassa di Compensazione", allo scopo di destinare ai bisogni della RS le valute estere, provenienti dalle esportazioni siciliane, dalle rimesse degli emigranti, dal turismo e dal ricavo dei noli di navi iscritte bei compartimenti siciliani. Questo articolo non è stato mai applicato.

Come si vede, nessuno degli articoli, veramente determinante per lo sviluppo e per l avita stessa della RS risulta oggi applicato e lo Statuto Regionale risulta quindi svuotato di reale efficacia, degradandosi ad inutile e derisorio "pezzo di carta".

Ma c'è di più. Nel suo oltre mezzo secolo di vita, dal 1946 ad oggi; la "RS a statuto speciale" non è riuscita:

1) a realizzare l'ormai indispensabile "Ponte sullo Stretto di Messina", nemmeno quando la ditta nordamericana "Swerdrup and Parcel" di Saint Louis (Missouri), costruttrice del "Verrazzano Narrows Bridge" di New York, si offerse di costruirlo gratuitamente, chiedendo come contropartita la riscossione del pedaggio per trentanove anni.

2) A completare l'autostrada A 20 (Palermo - Messina), che da oltre trent'anni è interrotta nel notevole tratto che va da Sant'Agata di Militello (Messina) a Cefalù (Palermo), con gravi disagi per il turismo e per i trasporti.

3) A far funzionare il "Casinò di Taormina", autentico polmone per il turismo e per l'economia siciliana, che è stato chiuso "per ragioni morali, dato che si trattava di gioco d'azzardo", mentre in Italia funzionano allegramente ben cinque Casinò: due a Venezia ed uno ciascuno a San remo, a Saint Vincent e a Campione d'Italia.

4) A garantire l'attività autonoma degli istituti bancari siciliani, che sono stati tutti accorpati, e cioè assorbiti da istituti bancari del Nord (anche piccole banche locali, anche la Banca del Monte S. Agata" di Catania, o la "Cassa di San Giacomo" di Caltagirone, o la "Banca Santa Venera" di Acireale, sono diventate tutte filiali del "Credito Valtellinese". (Se fosse avvenuto il contrario, ci potete scommettere che si sarebbe parlato di "mafia".)

5) Ad assicurare alla Sicilia, che produce e raffina il 70 percento della benzina italiana, i privilegi fiscali di cui, in questo campo, gode la Val d'Aosta, che di petrolio non ne produce, né ne raffina nemmeno una goccia e lascia volentieri l'inquinamento alla Sicilia.

6) A creare una "coscienza regionale" in S, perché la S è l'unica regione "a statuto speciale" a non avere nelle sue scuole elementari e medie un insegnamento di "Cultura Regionale " e vale a dire storia, economia, geografia, letteratura e folklore regionali, che invece esiste, e dal 1958, dalla terza elementare alla terza media nelle altre quattro regioni "a statuto speciale", e cioè in Sardegna, in Val d'Aosta, in Trentino-Alto Adige e in Friuli-Venezia Giulia.

A questa carenza di "Coscienza regionale" - che nel 1999 ha permesso l'inconcepibile trasferimento a Roma dell'Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, che dal 1914 nel Teatro Greco di Siracusa spettacoli di incomparabile bellezza - ho solo parzialmente ovviato io, istituendo, dopo regolare concorso universitario nazionale, la cattedra di "Storia della Sicilia", che dal 1970 al 1996 ho tenuto nell'Università di Catania, istituendo dei corsi analoghi nell'Università di Trapani nel 1985.

Da quanto ho sopra specificamente documentato, è sorta in me la convinzione che la Sicilia non è affatto una regione, ma soltanto una colonia d'Italia e sarò lieto di essere smentito.


Fu quella del Regno delle Due Sicilie la prima Costituzione Italiana

di Antonio Nicoletta

La concessione da parte dei regnanti dello Statuto o Costituzione fu l'atto più desiderato e richiesto dai popoli della penisola nell'Ottocento ed in suo nome, da una parte e dall'altra, in tutti gli Stati, furono commessi eroismi e nefandezze. Il primo statuto concesso fu quello di Ferdinando II il 10 febbraio 1948.

Recita il Dizionario De Mauro:

COSTITUZIONE

dir.cost ., struttura essenziale dello stato costituita dall'insieme delle istituzioni che determinano l'ordinamento supremo: c. monarchica, c. repubblicana | l'insieme delle norme giuridiche che regolano le strutture fondamentali dello stato e i suoi rapporti con i cittadini
dir.cost ., l'atto, il documento emanato dall'organo titolare del potere costituente, che contiene le norme costituzionali o il nucleo fondamentale di esse: promulgare, abrogare la c.
dir ., spec. al pl., atto avente forza di legge emanato da un sovrano o da un'autorità suprema: c. civile, costituzioni conciliari
STATUTO

ciò che, essendo stato deliberato, acquisisce valore di norma
stor ., nel Medioevo, complesso delle leggi proprie di un Comune o di un determinato ente giuridico: s. marittimo | ciascuna raccolta organica contenente tali norme
stor ., nell'Ottocento, la carta costituzionale propria di uno stato monarchico, contenente le norme e i principi giuridici fondamentali
Prendiamo in considerazione :

Costituzione - struttura essenziale dello stato costituita dall'insieme delle istituzioni che determinano l'ordinamento supremo: c. monarchica , c. repubblicana | l'insieme delle norme giuridiche che regolano le strutture fondamentali dello stato e i suoi rapporti con i cittadini

Statuto - nell'Ottocento, la carta costituzionale propria di uno stato monarchico, contenente le norme e i principi giuridici fondamentali.

Alle scarne definizioni vocabolaristiche, dei nomi statuto e costituzione, di fatto fanno da contraltare i moti, le insurrezioni, le sofferenze in carcere, le morti e quando concessi, le peane, i trionfi, la gioia.

A cosa si sostituiva lo Statuto? Normalmente al potere di governi assolutistici, laddove il diritto di ognuno soggiaceva all'arbitrio del governante e dove ogni garanzia era un'utopia.

In ogni caso per il volgo e per l'inclita abbiamo pensato di mettere a confronto gli Statuti di due Regni a riguardo dei quali nell'Ottocento furono riempiti innumerevoli pagine di storia.

Metteremo a confronto lo statuto Ferdinandeo del Regno delle due Sicilie promulgato il 10 febbraio 1848 e richiamato poi da Francesco II il 1° di luglio 1860 e quello Albertino del Regno di Sardegna e poi del Regno d'Italia, promulgato il 4 marzo 1848 e si concluse, superato dalla Costituzione Repubblicana Italiana del 27 dicembre 1947.

La prima cosa che salta all'occhio è che lo statuto albertino “..viene oggi a compiere quanto avevamo annunziato ai nostri amatissimi sudditi ”

Quello ferdinandeo invece “ …aderendo al voto unanime dei nostri amatissimi Popoli ..”

Ed a questo punto vorrei osservare che esiste una differenza, per lo meno semantica, se non di sentimento, nel rivolgersi a fedelissimi sudditi o ad amatissimi popoli.

Le definizioni li lasciamo ancora una volta al dizionario:

suddito

1 s.m., soggetto che si trova in una condizione di dipendenza dalla sovranità dello stato: un fedele s. dello stato | chi è sottoposto alla sovranità dello stato pur non essendone membro e ne subisce i doveri senza godere dei diritti propri del cittadino: i sudditi delle colonie

2 s.m., cittadino di uno stato retto a monarchia: i sudditi del re

3 s.m. chi è in una condizione di soggezione e di subordinazione rispetto a chi comanda

popolo

1 l'insieme degli individui che si considerano o sono considerati appartenenti a una stessa collettività, spec. etnicamente omogenea, in quanto abitano un territorio geograficamente o politicamente definito o hanno in comune lingua, cultura, tradizioni, ecc.: il p. italiano, i popoli arabi, i popoli dell'America latina | l'insieme dei cittadini di uno stato in contrapposizione al sovrano o ai gruppi dirigenti: una regina molto amata dal p.

2 l'insieme di persone che hanno una comune fede religiosa: il p. cristiano, musulmano; p. di Dio, la comunità dei cristiani; p. eletto, nell'Antico Testamento, il popolo ebraico; p. santo, nell'Antico Testamento, il popolo di Israele, nel Nuovo Testamento, i cristiani | l'insieme dei fedeli, spec. appartenenti alla religione cristiana: il sacerdote invita il p. a pregare | OB i credenti di una stessa parrocchia; la parrocchia stessa

Certamente non voglio credere che le due definizioni siano casuali e se quand'anche qualcuno volesse insinuare una mellifluità finalizzata nel preambolo borbonico, nei fatti si è visto che nella transizione dall'uno all'altro statuto, nella ex nazione del sud, il passaggio da popolo a suddito è stato uno dei fatti più evidenti e più sofferto.

E' interessante analizzare l'art. 1 delle Disposizioni generali: “……retto da temperata monarchia ereditaria….” dove il termine temperata dovrebbe derivare da temperare che ha il significato di far concordare, fondere in un insieme armonioso, attenuare, mitigare, addolcire.

In quello albertino la definizione della sacralità e della inviolabilità della persona del re avviene all'inizio del documento (art. 4) ed è fine a se stessa.

Nel ferdinandeo, si parla del re all'art. 63, e la sua sacralità ed inviolabilità è in conseguenza alla definizione di capo supremo dello stato.

Nello statuto ferdinandeo ben 11 articoli riguardano le garanzie personali relativamente a:

Qualità di cittadino
Uguaglianza
Meritocrazia
Libertà individuale e garanzie di salvaguardia
Rapporto coi giudici
Inviolabilità della proprietà
Proprietà letteraria
Inviolabilità del domicilio
Segreto delle lettere
Libertà di stampa
Copertura del passato
L'art. 27 del ferdinandeo garantisce la proprietà letteraria. Non ve n'è traccia nell'albertino. Come non v'è traccia nell'omologo dell'art. 29 che rende inviolabile il segreto delle lettere.

Nell'albertino troviamo un pò le stesse garanzie:

Uguaglianza
Libertà individuale e garanzie di salvaguardia
Obbligo di contribuzione
Inviolabilità del domicilio
Libertà di stampa
Inviolabilità della proprietà
Libertà di riunione
Vorrei a tal proposito, anche per soddisfare un mio vecchio pallino, riferirmi al diritto storico alla riservatezza (per gli anglofili privacy ) citando l'art. 29 della prima carta costituzionale d'Italia, emanata il 10 febbraio 1848 da Ferdinando II Re delle Due Sicilie, che recita:

Art. 29. - Il segreto delle lettere è inviolabile. La responsabilità degli agenti della posta, per la violazione del segreto delle lettere, sarà determinata da una legge.

Sono sicuro che, se ci fosse stato il telefono avrebbe compreso nell'inviolabilità anche il segreto nelle conversazioni telefoniche. Per curiosità completiamo con gli ultimi articoli che riguardano la parte attinente ai diritti dei cittadini

Art. 30. - La stampa sarà libera, e solo soggetta ad una legge repressiva, da pubblicarsi per tutto ciò che può offendere la religione, la morale, l'ordine pubblico, il re, la famiglia, i sovrani esteri e le loro famiglie, non che l'onore e l'interesse de' particolari. Sulle stesse norme, a garentire preventivamente la moralità dei pubblici spettacoli, verrà emanata una legge apposita; e fino a che questa non sarà sanzionata, si osserveranno su tale obbietto i regolamenti in vigore. La stampa sarà soggetta a legge preventiva per le opere che riguardano materie di religione trattate ex-professo.
Art. 31. - Il passato rimane coperto d'un velo impenetrabile, ogni condanna sinora profferita per politiche imputazioni è cancellata, ed ogni procedimento per avvenimenti successi sinora viene vietato.

In conclusione i due popoli si batterono in egual modo per l'ottenimento di quel documento che risulterà fondamentale nel governo delle loro vite, così come altre esperienze, in altre nazioni, avevano dimostrato.

L'intendimento, spero anche parzialmente riuscito di queste considerazioni, è di dimostrare che il governo di ogni popolo è lo specchio di princìpi strettamente collegati alla sensibilità, alla storia, alla cultura dei propri duci e le costituzioni ne sono l'immagine fedele. Anche se la sola presenza di uno statuto, è di per sé un atto fortemente caratterizzante la buona considerazione che un regnante ha per il suo popolo.

Concludiamo dicendo che anche se pur lievi differenze di impostazione e di cura dei particolari rendono leggermente diversi i due documenti, rileviamo in quello borbonico meno durezza, più garanzia, forse più amore, a dispetto dei denigratori che volevano i re borbone incapaci di qualsivoglia afflato amoroso verso i propri popoli, condannandoli e trascinando nel tempo l'infame giudizio che Gladstone emanò definendoli responsabili di uno Stato “negazione di Dio eretta a Sistema”; anche se in seguito, in pieno regime piemontese, Gladstone ritrattò tutto, dichiarando che in queste sue accuse non v'era alcun riflesso di realtà, che lui non aveva visitato alcun carcere né assistito ad alcun processo, ma aveva dichiarato quanto Lord Palmerston gli aveva richiesto di fare.

Naturalmente questa ritrattazione non sortì alcun effetto ed assolutamente non modificò il danno, che ormai era stato fatto!


Operazione Corkscrew - Lo sbarco

La caduta di Pantelleria in un documento riservato inglese.
Articolo di Orazio Ferrara.

Sulla caduta, l'11 giugno del '43, dell'isola di Pantelleria, primo lembo del territorio italiano ad essere invaso dagli Alleati, larga la produzione, anche straniera, di saggi e articoli, spesso di buon livello, che trattano dell'argomento. Però quasi tutti gli scritti riguardano la parte, peraltro decisiva nella resa della piazzaforte italiana, avuta dall'arma aerea alleata e dai relativi micidiali bombardamenti. Poco o niente, sullo sbarco e sulle truppe impegnate nello stesso.

Si è cercato di dare un piccolo contributo in questa direzione con il presente lavoro, che si basa in gran parte su un documento riservato inglese, ancora inedito, compilato dal colonnello Liout del 2° Real Reggimento di Artiglieria Campale pochi giorni dopo le operazioni di sbarco. Questo documento, per soli usi militari e di cui era vietata la circolazione pubblica e tantomeno la stampa, era stato sottoposto all'approvazione del “Base Censor” e l'originale bollato con il visto “Passed by Censor No 1362”.

Se l'uso dell'arma aerea e dei bombardamenti indiscriminati fu una prerogativa degli americani, anche se non bisogna dimenticare le terrificanti incursioni notturne compiute dai bombardieri britannici Vickers Wellington, lo sbarco e l'occupazione di Pantelleria fu opera dei mezzi navali e delle truppe inglesi. Comunque anche in questa fase la copertura aerea americana ebbe una funzione essenziale.

Operation Combined Corkscrew fu chiamata, letteralmente Operazione Combinata Cavatappi, e fu il primo D-Day in Mediterraneo. Essa dimostrò l'assoluto affiatamento che il nemico aveva raggiunto nella cooperazione delle tre armi: esercito, marina e aviazione. Combined, appunto. La cosa a noi italiani non riuscì mai e proprie le incomprensioni, le gelosie, le rivalità, in massima parte tra la marina e l'aviazione, furono causa di grosse e amare delusioni e più di una volta, per tali motivi, una vittoria a portata di mano si trasformò in un cocente insuccesso.

I vertici del Comando Combinato Alleato per questa operazione erano il tenente generale americano Carl Andrew Spaatz per l'aviazione, il maggior generale inglese Walter Edmond Clutterbuck per l'esercito e il vice ammiraglio inglese sir Roderick McGrigor per la marina.

Lo strano nomignolo di Corkscrew (Cavatappi) si doveva al fatto che Pantelleria, posta nel bel mezzo del Canale di Sicilia, quest'ultimo percepito dagli inglesi come il collo di bottiglia del Mediterraneo, ne era il relativo tappo. Era quindi necessario far saltare questo tappo, per avere poi via libera, senza ostacoli, lungo tutto il Mediterraneo, da Gibilterra a Suez. C'era però anche un altro importante motivo. La progettata invasione alleata della Sicilia non poteva permettersi di avere una così grossa spina nel fianco, infatti Pantelleria, con il suo capiente hangar sotterraneo, rappresentava un'ottima base per un'eventuale controffensiva delle forze aeree italo-tedesche.

Nei giorni precedenti il fatidico D-Day (fissato dal Comando Alleato per l'11 giugno), tra le truppe inglesi in Tunisia si sapeva soltanto che per lo sbarco su Pantelleria sarebbe stata utilizzata la “Top Division”, cioè la migliore divisione di fanteria. Quale essa fosse, ne era a conoscenza solo l'ufficiale comandante della stessa e nessun altro. Quarantotto ore prima dell'11 giugno furono avvertiti gli ufficiali della Prima Divisione di Fanteria britannica, che spettava a questa unità il compito. I sottufficiali e la truppa furono avvertiti 24 ore prima. Dopo di che tutti furono confinati in accampamenti siti nei boschetti di olivastri, per evitare fughe di notizie. Sempre per ragioni di sicurezza la posta in partenza fu trattenuta, mentre l'entrante posta, re-indirizzata, sarebbe stata successivamente spedita all'isola di Pantelleria.

Nelle istruzioni emanate, riportate dal documento del colonnello Liout, si avvertiva che, a causa dei violentissimi bombardamenti che avevano sconvolto, oltre il sistema viario, il terreno e anche per i numerosi terrazzamenti dello stesso, nonché per la naturale asperità di un'isola essenzialmente rocciosa, il movimento di mezzi a ruote sarebbe stato completamente impossibile. D'altronde per tale accidentata morfologia del terreno si era escluso categoricamente l'impiego dei paracadutisti. Sempre per via dell'estrema asperità delle rocce veniva ordinato agli uomini, impegnati nello sbarco, di portare pantaloni lunghi e non i pantaloncini come avrebbe consigliato il clima caldo, e le maniche di camicia rotolate in giù e non accorciate.

Per le ventilate difficoltà di manovra dei pesanti mezzi di artiglieria, fu deciso di limitare severamente la quantità di artiglieria campale in appoggio alla Prima Divisione di Fanteria. Si sarebbe fatto fronte a questo handicap con il costante appoggio di aerei e con i cannoni delle navi da guerra, che, dopo aver scortato il convoglio, sarebbero rimaste in rada. Pertanto l'artiglieria fu ridotta ad un solo reggimento, il 2° Real Reggimento di Artiglieria Campale. Il reggimento, per complessivi 24 cannoni, era ordinato su tre batterie: la 35a, la 42a e la 53a. Successivamente il Comando di Divisione decise di tagliare una batteria da campo, la 53a essendo questa la più piccola, per utilizzare lo spazio così liberatosi con l'aumento delle riserve dei proiettili per i cannoni. Sempre in appoggio alle forze di fanteria, sarebbe sbarcato anche uno squadrone di carri armati Sherman M4 del 2° Reggimento Corazzato Lothian & Border Horse.

La Prima Divisione di Fanteria inglese, veramente una delle migliori in assoluto di quell'esercito, era formata da tre Brigate con la numerazione da 1 a 3, ciascuna con tre battaglioni per un totale di circa 2.500 uomini. Componevano la 1a Brigata di fanteria il 3° Battaglione delle Grenadier Guards, il 2° Battaglione delle Coldstream Guards e il 2° Battaglione dell'Hampshire Regiment. La 2a Brigata era composta dal 1° Battaglione del Loyal North Lancashire Regiment, dal 2° Battaglione del North Staffordshire Regiment e dal 6° Battaglione del Gordon Highlanders Regiment. Infine la 3a Brigata di fanteria formata dal 1° Battaglione del Duke of Wellingtons Regiment, dal 2° Battaglione dello Sherwood Foresters e dal 1° Battaglione del King's Shropshire Light Infantry.

Nei piani dello sbarco, previsto in due tempi, le tre Brigate dovevano osservare la sequenza e i compiti che seguono. Nella fase iniziale, sarebbe sbarcata per prima la 3a Brigata con funzioni di Brigata d'Assalto (Assault Brigade), ai cui battaglioni spettava costituire la testa di ponte a riva. Il primo reparto a toccare terra sarebbe stato il 1° Battaglione del Duke of Wellingtons Regiment. Avrebbe partecipato a questa fase anche il battaglione principale della 2a Brigata, 2° Battaglione del North Staffordshire Regiment, posto eccezionalmente e temporaneamente sotto il comando del quartier generale della Brigata d'Assalto. Successivamente sarebbe seguito il resto della 2a Brigata con funzioni di Brigata d'Appoggio (Support Brigade).

La seconda fase dello sbarco, entro 36 ore dalla prima ondata se non ci fosse stata nel frattempo la resa come poi in effetti avvenne, prevedeva l'arrivo della 1a Brigata Guardie quale Brigata di Rincalzo (Follow Brigade), di cui il 2° battaglione delle Coldstream Guards sarebbe restato sotto il Comando di Divisione come riserva.

Con il primo sbarco sarebbe andata a riva la 35a Batteria del 2° Real Reggimento di Artiglieria Pesante, mentre la 42a Batteria sarebbe sbarcata soltanto con la Brigata di Rincalzo. Sempre con il primo sbarco sarebbe andato lo squadrone carri del 2° Reggimento Corazzato Lothian & Border Horse.

Appena stabilizzata la testa di ponte, le truppe sarebbero avanzate verso la parte settentrionale dell'isola, con una manovra a tenaglia. La Brigata d'Assalto sulla direttrice sinistra, la Brigata d'Appoggio su quella di destra, verso ovest. Primi obiettivi quota 265 (Monte Sant'Elmo, dove c'era il Semaforo della Marina) e quota 289 (Monte Gelkhamar).

L'ora X delle operazioni di sbarco fu fissata per le ore 12.00 antimeridiane dell'11 giugno ed il luogo lo stesso porto di Pantelleria, non essendoci, sempre per l'accidentata morfologia del terreno, altre spiagge più idonee. Per quest'ultimo motivo, nei giorni precedenti il D-Day, il bombardamento degli aerei alleati fu particolarmente accanito sul porto; si volle convertire, a colpi di bombe, le banchine in breccia, in modo da offrire una sorta di spiaggia pietrosa in pendio alle truppe da sbarco. E così avvenne, anche se dal documento del Liout si arguisce che, superare il pendio, per quelli dell'artiglieria fu cosa non facile.

Il giorno 10 giugno 1943 ebbe inizio la fase finale dell'Operazione Corkscrew, la forza d'invasione, al comando del maggior generale Clutterbuck, cominciò ad imbarcarsi nei porti nord-africani di Sousse e Sfax, in Tunisia. Il documento del colonnello Liout si sofferma, con malcelato orgoglio, sulla veramente ottima organizzazione, che andava al di là del lato puramente militare. Oltre alle riserve generali di cibo e acqua per i 4 rifocillamenti giornalieri, ogni soldato ebbe una razione di “Mess Tin” di 48 ore, una razione di “Emergency” di 24 ore, una bottiglia d'acqua, una lattina di tavolette di sterilizzatore, un tubetto di crema antizanzara, due razioni di rum (una per il consumo in viaggio, l'altra per emergenza), più la consueta razione di sigarette. Furono imbarcati cibo ed acqua anche per 10.000 prigionieri e 15.000 civili. La notte seguente i convogli, carichi di truppe, e la loro scorta di navi da guerra, proveniente da Malta, s'incontrarono in mare, navigando poi di concerto verso l'isola.

Formavano l'intero convoglio tre navi trasporto di mezzi anfibi per fanteria (la Queen Emma, la Princess Beatrix e la Royal Ulsterman), quattro L.C.F. (Landing Craft Flak) navi specializzate per la difesa contraerea, una L.S.T. (Landing Ship Tank) nave del tipo Maracaibo per il trasporto di mezzi pesanti, la nave comando HMS Largs, dove era imbarcato il vice ammiraglio McGrigor, e numeroso altro naviglio, tra cui gli L.C.T. (Landing Craft Tank) per il trasporto dei carri armati e dell'artiglieria e gli L.C.S. (Landing Craft Support) mezzi anfibi d'appoggio. La scorta era costituita dalla 15a Squadra Incrociatori della Royal Navy (l'Aurora con funzioni di comando, il Newfoundland, il Penelope e l'Orion), da otto cacciatorpediniere (Whaddon, Troubridge, Tartar, Jervis, Nubian, Laforey, Lookout e Loyal), e dalla cannoniera Aphis. Avevano il compito della copertura aerea i caccia del NAAF (Northwest African Air Force), la Forza Aerea dell'Africa Nordoccidentale agli ordini del generale Carl Spaatz.

Erano le 9 e 30 della mattina dell'11 giugno, quando la forza da sbarco inglese giunse nel posto prefissato, a circa 7 miglia dal porto di Pantelleria. Le incursioni aeree contro quest'ultimo sito erano state intensificate fin dal giorno precedente. I mezzi da sbarco più piccoli, gli L.C.I. (Landing Craft Infantry) mezzi anfibi per la fanteria, che erano sulle navi trasporto, furono prontamente calati in acqua. Dopo circa un'ora, alle ore 10.30, la prima ondata di mezzi da sbarco cominciò le manovre di avvicinamento alla costa. Gli L.C.I., guidati dalla lancia a motore dello SNOL (Senior Naval Officer Landing, l'ufficiale anziano cui solo spettava la direzione della delicata fase di sbarco), erano protetti dagli L.C.S. d'appoggio e dagli L.C.F. contraerei. Lo SNOL stimò l'arrivo sulla “spiaggia” per mezzogiorno, com'era stabilito dal piano d'invasione. Intanto gli L.S.I., facenti parte del secondo gruppo di sbarco, nell'attesa cominciavano ad andare avanti e indietro lungo i fianchi della Royal Ulsterman, eseguendo delle esercitazioni antiaeree.

Per le operazioni di sbarco il porto, o meglio quello che restava di esso, era stato suddiviso in 3 “spiagge” o settori denominati, partendo da destra a sinistra, GREEN (Verde), WHITE (Bianco) e RED (Rosso), colori corrispondenti con le luci di navigazione delle navi.

Com'era stato stabilito in precedenza, verso le ore 11.30 - 11.45 cominciò un bombardamento aeronavale di tale intensità, quale l'isola non ne aveva mai subito fino ad allora. E sì che ce n'erano stati, in precedenza, di bombardamenti terrificanti su Pantelleria. I cannoni di 13 navi da guerra (il documento dice 14) aprirono il fuoco simultaneamente, nel mentre in cielo, provenienti da ovest, apparvero 102 quadrimotori B-17, le cosidette Fortezze Volanti. Ogni aereo sganciò il suo carico di 6 bombe da 1.000 libbre ciascuna. Completarono l'opera di distruzione cacciabombardieri P-38 Lightning's a bassa quota e in picchiata. L'effetto devastante di questi bombardamenti fu tale che, per unanime testimonianza di chi osservò quella scena apocalittica dal mare, sembrò che tutta l'area del porto si librasse a mezz'aria per diversi minuti; dopo di che si alzò una densa, soffocante e altissima nube di polvere e terriccio, che nascose l'isola alla vista delle navi inglesi per oltre due ore.

Poco prima che iniziasse l'attacco aeronavale era stata notata, dal caccia Laforey (secondo altri dal Nubian), una bandiera bianca di resa su un punto elevato dell'isola. Aerei segnalavano inoltre di aver visto una croce bianca, dipinta sulla pista dell'aeroporto. Tutto ciò però contrastava con il fuoco aperto da alcune batterie italiane, che cercavano di impedire lo sbarco. Pertanto il Comando Combinato Alleato, per evitare sgradevoli sorprese, decise di proseguire l'azione secondo i piani prestabiliti.

Anche il documento inglese conferma quello che sapevamo già, non tutte le batterie italiane accettarono supinamente quei segnali di resa. Forse per via delle linee di comunicazione interrotte, forse, come sembra più verosimile per delle testimonianze al riguardo, perché a qualcuno non andava proprio giù di arrendersi in quel modo, dopo aver resistito, senza il minimo segno di cedimento, per più di un mese agli spietati bombardamenti alleati.

Probabilmente furono in numero di cinque o più le batterie italiane che aprirono il fuoco in quel fatidico mattino. Sicuramente spararono le batterie di Punta Tracino e di Punta Spadillo, inoltre la batteria Bellotti e quella di Randazzo, quest'ultima comandata da un ufficiale nativo dell'isola, l'avvocato pantesco Tommaso Pinna, sembra sia stata l'ultima a cessare il fuoco secondo la testimonianza dello storico locale D'Aietti. Da fonti inglesi (seppur assai reticenti, come sempre in questi casi) sappiamo che fu colpita una loro nave antiaerea, costretta poi a ritirarsi. Anche lo sbarco dei fanti inglesi, in una zona del porto, fu ostacolato dal fuoco di armi leggere, per la verità subito zittito per l'intervento di ufficiali italiani. Questo fu un momento assai delicato dell'intera operazione, anche per via di un totale blak-out nelle linee di comunicazione degli Alleati. Tutte le relazioni di parte inglese concordano che se in quel momento ci fosse stata una decisa reazione da parte di reparti italiani, anche con armi leggere, lo sbarco sarebbe costato gravissime perdite. Ed invece ci fu una resa talmente pasticciata da parte del Comando Italiano, che ancora oggi sembra impossibile districarne la matassa e venirne a capo.

Comunque la storiella che i difensori di Pantelleria, quel memorabile 11 giugno 1943, non avessero sparato nemmeno un colpo è , come abbiamo visto, completamente falsa. Questa storiella propalata per anni, in tutte le salse e in tutte le lingue, ha fatto il giro del mondo ed è entrata nei libri di testo di storia. Ed è diventata la verità, l'unica verità. Aveva visto giusto solo in parte la storica sentenza della Corte di Assise di Appello di Milano, che dopo un'esemplare e obiettiva disamina di quegli avvenimenti che portarono alla discutibile resa, concludeva “E agli sfortunati difensori di Pantelleria non fu concesso nemmeno l'onore delle armi”. Ignoravano quei giudici onesti che in seguito a quei difensori sarebbe andata ancora peggio.

La sentenza di piena assoluzione n° 109/1954 della Corte di Assise di Appello di Milano, a seguito del processo contro Antonino Trizzino, autore del famoso “Navi e Poltrone” e accusato, proprio in seguito alla pubblicazione del libro, di vilipendio dei vertici delle Forze Armate dello Stato, è una spietata requisitoria, che in certi punti è un vero e proprio atto di accusa a futura memoria per il comportamento tenuto da certi alti gradi italiani, di dolorosi e discussi episodi dell'ultima guerra mondiale, tra cui quello della caduta di Pantelleria. Al punto 9) della citata sentenza vi è un'analisi puntuale e dettagliata, con una messe cospicua di citazioni e testimonianze, degli avvenimenti sia del giorno della resa della piazzaforte italiana, sia dei giorni immediatamente precedenti, nonché del comportamento avuto in quel periodo dall'ammiraglio Gino Pavesi, comandante in capo la Piazza di Pantelleria. Le conclusioni che ne trassero furono amare, come la frase che meglio le sintetizza “E agli sfortunati difensori di Pantelleria non fu concesso nemmeno l'onore delle armi”.

I giudici milanesi centrarono il cuore del vero dramma dei difensori di Pantelleria. Un mese di orribili bombardamenti da incubo. Nell'ultimo periodo senza tregua, notte e giorno. Alla fine 20mila tonnellate d'esplosivo sull'isola, una media di 1 tonnellata di esplosivo a testa per abitante, sia militare che civile. Pochi i viveri, e scarsi l'acqua e le munizioni. Eppure mai un cenno di cedimento, di protesta. Anzi l'orgoglio di respingere due intimazioni di resa, pervenute con il lancio di migliaia di volantini lanciati dall'armata aerea del generale Spaatz. L'ultimo no ad arrendersi il 10 giugno, lo stesso giorno in cui un articolista del Corriere della Sera, riferendosi al primo no dell'8 giugno, scriveva orgogliosamente il fondo “Niente da dire al generale Spaatz”. Poi nel giro di nemmeno 24 ore la situazione si capovolge. Tutto diventa evanescente, nebbioso. Fatti e personaggi. Una ridda di strani telegrammi partono e arrivano (o non arrivano). E si giunge alla resa, così subitanea da far adombrare a qualcuno lo spettro infamante del tradimento. Ma questa è un'altra storia e, forse, ne varrà la pena di trattarla più ampiamente in un prossimo lavoro.

Torniamo al momento dello sbarco inglese. Gli attaccanti ancora ignoravano, in quel momento, che l'ammiraglio Pavesi, motu proprio, avesse dichiarato la resa della piazzaforte fin dalle 9.30 di mattina quando, manco a farlo apposta, si vedeva dall'isola la flotta da sbarco nemica. Resa così pasticciata (ad essere benevoli), in cui larga parte ebbe come al solito Roma e Supermarina, che non ci si curò di avvertire tutte le batterie e i reparti. In seguito si diede la colpa alle linee di comunicazione interrotte dai bombardamenti. Quand'anche fosse stato così, si poteva benissimo ricorrere all'uso di staffette portaordini, e ce n'erano, formate da coraggiosi ragazzi panteschi di 15-16 anni. L'affare della resa pasticciata continuò per l'intera giornata. Infatti quando verso le ore 12.45, con lo sbarco in corso, arrivò da Malta la notizia della resa, il tenente colonnello americano, incaricato a trattare le condizioni della stessa con i vertici militari italiani, non trovò nella zona del porto nessuno in grado di farlo.

Così testualmente nel nostro documento.

“At this pointy it may be mentioned that then the U.S. Lt-Col., who was in charge of civil affairs, went ashore, considerable difficulty was experienced in finding anyone to trade with. The General was said to have taken to the hills and the Admiral (Governor and C. in C.) to the underground hangers on the airfield. The Div. Comd. decided to carry on with his original plan.”

“A questo punto può essere ricordato che il Tenente Colonnello americano, che era incaricato degli affari civili, andò a riva; la difficoltà considerevole fu di non trovare nessuno con cui trattare. Al Generale fu detto di contattare sulle colline l'Ammiraglio (Governatore e Comandante in Capo) allocato nelle caverne sotterranee del campo d'aviazione. Il Comando di Divisione decise di continuare col suo piano originale.”

Solo verso le ore 16.50 pomeridiane il Comando della 3a Brigata d'Assalto, che intanto aveva proseguito lungo la direttrice di marcia stabilita e aveva raggiunto l'aeroporto della Margana dove si era acquartierato, riuscì a contattare finalmente l'ammiraglio Pavesi, rifugiato nell'hangar sotterraneo dello stesso aeroporto. Alle ore 17.35 fu sottoscritto dal Pavesi l'atto formale di resa della guarnigione italiana.

Quel giorno il comportamento dei vertici del Comando Combinato Alleato fu davvero encomiabile, sia il generale americano Spaatz che il generale inglese Clutterbuck, con i loro staff, furono in prima linea con le truppe che sbarcavano, intanto che il vice ammiraglio inglese, sir Roderick McGrigor, alzava la sua bandiera di comando sul cacciatorpediniere Tartar, stazionante nelle acque antistanti il porto.

Concludiamo con un passo del più volte citato documento, riguardante un sopralluogo di personale specializzato del Comando di Divisione inglese ad una batteria italiana con 6 pezzi antiaerei da 76 mm, ubicata sulla cresta di una montagna.

“… the barracks were absolutely clean, no rubbish lying about, the cookhouse was fit to cock food in, the guns though sabotaged gave evidence of maintenance and recent lubrication.

The following is an extract from a summery compiled by a Div. Staff Officer who did not visit any of the Bty.'s : -The Bty. Comd. Of this Bty. was an extremely efficient Officer and was proud of the fact that all his guns were in action to the end, although on the last day they ran out of ammunition. He had carefully maintained his guns and provided the spare parts required. When the final surrender came he sabotaged his guns.The Bty. fired approx 1500 rds. Per day during the Bombardments. Rate of fire 8 rds. Per minute. - Moral A clean battery shoots straight and hard”.

“… le caserme erano completamente pulite, nessuna spazzatura giaceva intorno, i viveri erano appropriati con cibo di gallette, l'artiglieria sebbene sabotata diede l'evidenza della manutenzione e della recente lubrificazione. Il seguente è un estratto da una relazione compilata da un Ufficiale del Personale della Divisione: -Il Comandante di questa Batteria era un Ufficiale estremamente efficiente ed era orgoglioso del fatto che tutte le sue artiglierie fossero in azione fino alla fine, anche se nell'ultimo giorno mancarono le munizioni. Egli aveva mantenuto perfettamente la sua artiglieria perché si era rifornito delle parti di ricambio. Quando venne la resa finale egli sabotò la sua artiglieria. La Batteria ha sparato approssimativamente 1500 colpi al giorno durante i bombardamenti. Percentuale di fuoco 8 colpi per minuto-. Morale: una batteria pulita spara diritto e duro”.